Peste suina: i cinghiali sono solo il capro espiatorio

cinghiali 6' di lettura 17/06/2022 - Sulla peste suina il dibattito è sempre attuale e sta condizionando anche le politiche del Governo e delle Regioni. Nessuno però si è posto la semplice domanda di come abbiano fatto i cinghiali “piemontesi”, “liguri”, “umbri” e “laziali” ad ammalarsi di peste suina africana, se questa malattia è attualmente presente solo nell’Est Europa e in particolare in Romania?

Inoltre, trattandosi di una pestilenza “africana”, come ha fatto essa ad arrivare dall’Africa e ad approdare direttamente nell’Europa dell’Est, precisamente in Georgia, saltando il Mare Mediterraneo? Se il “veicolo” del contagio, come ci vogliono far credere, sono i cinghiali selvatici, allora la prima Regione italiana ad essere “infettata” sarebbe dovuta essere il Friuli Venezia Giulia, la Regione più ad Est dell’Italia che confina con la Slovenia! Invece in questa Regione finora non sono stati segnalati casi di cinghiali morti di peste suina. Forse c’è qualcuno che pensa che i cinghiali volino? Non sarà invece che la peste suina si genera e si diffonde in quegli allevamenti allo stato brado o semi-brado, spesso abusivi, dove per la “filiera” agroalimentare della carne di cinghiale, tanto magnificata dalla Coldiretti e C., vengono allevati insieme e fatti incrociare i cinghiali con i maiali, quest’ultimi provenienti magari proprio da quegli allevamenti intensivi di suini dove le condizioni igienico-sanitarie sono pessime, e dove è quindi estremamente facile ammalarsi di peste suina?

Oppure non sarà arrivata effettivamente in aereo, ma con gli scarponi, gli indumenti, i cani, le armi, i “trofei” dei ricchi cacciatori italiani, che hanno partecipato a quei famigerati “Safari” organizzati dai Tour Operator nell’Est Europa, soprattutto in Romania, dove, come detto, la peste suina sta ormai dilagando da anni? Per quanto riguarda gli allevamenti di cinghiali, completamente sconosciuti all’opinione pubblica, proprio lo scorso anno come LAC Marche ed Umbria avevamo effettuato una serie di richieste di accesso che, solo nelle Marche, avevano riscontrato la presenza di una sessantina di allevamenti di cinghiali, allevati prevalentemente per “riproduzione” ed “ingrasso”. Ma in molte Regioni italiane i cinghiali vengono allevati anche in Aziende Faunistiche ed Agrituristiche Venatorie con il preciso scopo di “ripopolare” le Riserve di caccia private, oppure le aree faunistiche dov e i cinghiali scarseggiano! Il problema è che in tutta Italia esistono migliaia di allevamenti di cinghiali, molti dei quali non sono dotati di adeguate recinzioni, per cui esiste il fondato rischio e sospetto che qualche cinghiale o suino infetto possa essere fuggito da essi, ed essere poi entrato in contatto con i cinghiali selvatici, diffondendo così la peste suina anche in Italia! Senza contare poi gli allevamenti di cinghiali abusivi, dei quali non si sa nulla, se non quando vengono scoperti dalle Forze dell’Ordine.

Invece c’è chi, come la stessa Coldiretti, richiede tutti i giorni l’intervento dei cosiddetti “salvatori della Patria”, ovvero dei cacciatori, per sterminare tutti i cinghiali! Una cosa peraltro tecnicamente impossibile da realizzare, ma se anche per assurdo ciò fosse possibile, una volta eliminati tutti i cinghiali, a chi sparerebbero poi i cacciatori? Probabilmente a quel punto si permetterà di nuovo di allevarli e di reintrodurli per ripopolare il territorio, con la scusa che sono indispensabili per l’equilibrio biologico…

E’ comodo, infatti, considerare i cinghiali come “capro espiatorio” e trattarli come fossero loro gli “untori” della peste suina, mentre in realtà sono solo le “vittime” di un giro di affari sempre più redditizio, rappresentato dalla caccia al cinghiale e dalla conseguente “filiera” commerciale basata sulla vendita ai ristoratori dei capi uccisi durante le braccate!

Come LAC Marche, chiediamo quindi la chiusura di tutti gli allevamenti di cinghiale nelle Marche, ed il divieto immediato di caccia al cinghiale su tutto il territorio regionale, come è stato già ordinato in centinaia di Comuni di Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Toscana. Chiediamo inoltre che sia fatta una seria indagine sul numero dei cinghiali abbattuti ogni anno nella nostra Regione, una verifica sulla tracciabilità delle carni dei cinghiali uccisi e maggiori controlli sanitari sugli animali abbattuti con le braccate. Infatti, le battute di caccia fanno disperdere i branchi di cinghiali per decine e decine di chilometri e possono quindi veicolare il virus e diffondere il contagio, mentre gli stessi cacciatori possono fungere da vettori meccanici del virus della PSA, con il trasporto di carni infette degli animali abbattuti e le loro pratiche di eviscerazione. Inoltre, come attestano gli esperti dell’EFSA, la caccia non è assolutamente uno strumento efficace per ridurre la popolazione dei cinghiali, ed anzi, tutti gli studi effettuati, dimostrano in modo inconfutabile come la proliferazione dei cinghiali e quindi anche l’aumento dei danni causati all’agricoltura e degli incidenti stradali, sia proprio la conseguenza diretta della accanita pressione venatoria nei confronti di questa specie.

In Belgio e Repubblica Ceca, ad esempio, la Peste suina è stata eradicata esclusivamente attraverso la recinzione dell’area infetta (come indicato nel Manuale operativo italiano per la gestione della PSA). La soluzione migliore è, infatti, quella di installare reti e lasciare che la malattia faccia il suo corso, in quanto la PSA uccide l'80% dei cinghiali, abbassando così di per sè e fortemente il numero di animali. Laddove, invece, si è proceduto con misure dirette di riduzione della popolazione di cinghiali (ovvero la solita caccia in deroga a tutto), i risultati sono stati disastrosi, al punto da incrementare la diffusione del virus.

Pensare quindi di contenere il numero dei cinghiali e quindi con esso di impedire il dilagare dell’epidemia della peste suina, incrementando la caccia in braccata, come chiede tutti i giorni la Coldiretti, che ormai possiamo equiparare ad un’associazione venatoria, è a dir poco velleitario! Come al solito, anche questa pandemia di peste suina viene presa a pretesto per fare l’ennesimo regalo ai cacciatori e permettere loro di fare le braccate al cinghiale tutto l’anno ed ovunque, quindi anche dentro i parchi e le aree vietate alla caccia, o nelle periferie delle nostre città, come difatti stanno chiedendo molte Regioni al Governo ed ai ministri competenti.

Poi, se le cose si mettessero male e si dovesse essere costretti ad abbattimenti di massa negli allevamenti di suini, la Coldiretti e le altre associazioni di categoria sarebbero le prime a battere cassa al Governo per avere i risarcimenti. Che li pretendano invece alle associazioni venatorie con le quali vanno sempre a braccetto o a quei politici ed amministratori compiacenti, che legiferano sempre e soltanto in favore dei cacciatori, senza mai pagare di tasca propria per le loro iniziative! Stavolta però, da parte nostra, non esiteremo a rivolgerci anche alla Corte dei Conti…



Danilo Baldini – Delegato LAC per le Marche





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 17-06-2022 alle 15:43 sul giornale del 18 giugno 2022 - 892 letture

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