Fare i martiri con il dolore degli altri

1' di lettura 24/11/2021 - Il tema dell'eutanasia e del suicidio assistito è molto complicato e da sempre mi spaventano coloro che hanno una posizione netta, assoluta.

Ci sono casi in cui la malattia impedisce alle persone di esprimersi, ed è umanamente difficile delegare la scelta ad altri.

In alcuni casi le persone che non possono esprimersi sulla possibilità di porre fine alla propria vita e con essa alle proprie sofferenze hanno espresso per iscritto e con valore legale la propria volontà, favorevole o contraria. Ma anche qui è possibile dar spazio al dubbio: un conto è immaginarsi in determinate situazioni, un conto è andare a sbattere contro il dolore.

Ancora, è gusto affidare le decisioni alle persone più vicine, quelle che vogliono bene alle persone malate? Sceglieranno il bene dei malati o il loro? Magari per liberarsi dal peso gravoso che è un malato grave da accudire o per avere in anticipo un'eredità?

Su tutte queste cose è lecito avere dei dubbi, delle perplessità e ascoltare tutti i pareri.

Ma nel caso di Mario, che è lucido, in grado di intendere e volere, che da 11 anni soffre le pene dell'inferno, che dubbi si possono avere?
Impedirgli di porre fine alle proprie sofferenze è solo l'imposizione di un'idea, quella della vita sacra e dono di Dio da salvaguardare ad ogni costo, a chi non condivide questa idea.

Per dirla in altre parole, meno eleganti: non è giusto fare i martiri con le sofferenze degli altri.






Questo è un editoriale pubblicato il 24-11-2021 alle 22:44 sul giornale del 26 novembre 2021 - 829 letture

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