L'edilizia dopo il coronavirus: cambieranno anche le nostre case?

3' di lettura 11/05/2020 - L’impatto del Coronavirus sulla nostra vita e sulle nostre abitudini è stato davvero profondo. Smart working, lockdown, contact tracing… Vocaboli nuovi e novità alle quali, volenti o nolenti, ci siamo ormai abituati, essendo entrati a far parte del quotidiano.

Le campagne informative e la conseguente consapevolezza sulle modalità di contagio, hanno avuto ripercussioni anche nel settore dell’edilizia, che dovrà inevitabilmente adeguarsi alle nuove esigenze di sicurezza espresse dal mercato e, in particolare, conseguenti all’esperienza del lock-down. E’ un tema molto dibattuto in ambito tecnico, poiché si contrappongono esigenze contrastati. Da un lato la tendenza a creare case con ampi spazi aperti (giardini, terrazzi, ambienti multifunzionali), dall’altro il problema dei costi e anche dei piani regolatori, che difficilmente cambieranno nel breve periodo. E poi ci sono gli aspetti cantieristici, che devono essere adeguati alle nuove regole anti contagio. Insomma un calderone che, se gestito nell’ottica auspicabile della sicurezza sanitaria, potrebbe ripercuotersi sui costi, con inevitabili conseguenze.

Per fare un po' di chiarezza su questi argomenti abbiamo parlato con Cristian Angeli, un ingegnere esperto in tecnologie costruttive innovative e autore di vari testi scientifici.

Ingegnere, ritiene che il Coronavirus determinerà dei cambiamenti nel nostro modo di abitare?
L’edilizia è, da sempre, un settore restio ai cambiamenti. Questa volta però siamo di fronte a un evento che ci ha segnati profondamente. Tutti abbiamo capito che la casa può assumere una funzione diversa da quella alla quale eravamo abituati, dovendosi trasformare, in queste tragiche circostanze, anche in un luogo di lavoro e persino di restrizione. Quindi penso che in primo luogo i cambiamenti avverranno sul piano progettuale e sarà nostro compito individuare dei layout in grado di rispondere a queste nuove esigenze, con il fine di creare abitazioni a tutti gli effetti confortevoli e sicure.

Secondo lei queste trasformazioni avranno ripercussioni sui costi di costruzione e quindi sull’utente finale?
Non necessariamente, poiché già esistono tecnologie costruttive che sono in grado di ridurre i costi di costruzione degli edifici e di offrire risposte concrete alle esigenze di prevenzione emerse a seguito del Covid. L’impiego corretto di queste tecnologie potrebbe contribuire ad evitare i temuti rincari.

Può spiegarci meglio in cosa consistono e in quale modo possono ridurre i rischi di contagio?
E’ un discorso un pò complesso, ma il riferimento è a tutti quei sistemi costruttivi parzialmente prefabbricati che spostano parte delle lavorazioni edili nelle fabbriche, luoghi più controllabili dal punto di vista sanitario rispetto ai cantieri.

Un esempio per capirci meglio?
Può essere senza dubbio valutata la tecnologia ICF (che significa Insulating Concrete Form), di origine americana ma già in uso in Italia da molti anni. Essa consiste in pannelli di polistirolo, modulari e prefabbricati, tramite i quali, una volta completati con l’inserimento del ferro e del calcestruzzo, è possibile realizzare edifici antisismici, ermetici e ad alta efficienza energetica. Esistono varie costruzioni realizzate in questo modo anche qui nelle Marche.

La tecnologia ICF, in virtù della parziale prefabbricazione e dell’accorpamento di lavorazioni, permette di ridurre la durata dei lavori edili nonchè di ridurre il numero di operatori, che risultano di conseguenza più distanziati nell’ambito del cantiere. Così è evidente che si riducono anche i rischi di contagio. Al finito gli edifici presentano le superfici interne realizzate con appositi sistemi costruttivi “a secco”, quindi sono più facilmente igienizzabili e, soprattutto, modificabili in caso di necessità.






Questo è un articolo pubblicato il 11-05-2020 alle 08:29 sul giornale del 12 maggio 2020 - 929 letture

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