Congresso Cgil Pesaro Urbino, la commozione di Simona Ricci e l’abbraccio di Susanna Camusso

22' di lettura 29/10/2018 - Si sono aperti con la relazione di Simona Ricci, segretaria generale uscente della Cgil provinciale, i lavori del 9° Congresso. Sul palco anche Susanna Camusso, leader nazionale del Sindacato.

Prima donna eletta alla guida della Cgil nazionale e Simona Ricci, prima donna leader del sindacato provinciale. Due percorsi che si intrecciano e con la scadenza del mandato lasciano ai successori una eredità scandita da molte difficoltà dovute alla crisi ma anche nuove importanti sfide. Con queste parole inizia la relazione Simona Ricci:

Il linguaggio
“Corro consapevolmente il rischio di fare una relazione che non può essere programmatica, per evidenti motivi, e non vuole essere semplicemente un bilancio delle cose fatte – dice Simona Ricci - Per questo può essere che io mi prenda qualche libertà in più per offrire a questo Congresso qualche riflessione e forse, o almeno così è nelle mie intenzioni, qualche suggestione, al termine di un percorso dal quale ho ricevuto molto di più di quanto io sia stata capace di dare a questa nostra cara Cgil”. Di seguito si sofferma sull’uso del linguaggio politico inadeguato, riduttivo, incapace di spiegare la complessità e di formulare una analisi dei fenomeni sociali. “Affrontare la complessità è prima di ogni altra cosa un atto di responsabilità politica – dice - Lo è sempre ma lo è di più in questo tempo così difficile, un tempo in cui l’essere binari, bianco o nero, o il farsi guidare da un algoritmo per la selezione dei propri pensieri è estremamente facile. Niente di nuovo nei contenuti e nelle intenzioni, purtroppo: il ventennio di biopolitica televisiva berlusconiana ha lasciato segni e cicatrici indelebili, sembra un secolo ma è l’altro ieri”.

La “disintermediazione sociale”
E sempre sul linguaggio e le sue regole Simona Ricci descrive le cause e i danni prodotti dalla disintermediazione sociale portata avanti in questi anni dai vari governi che si sono succeduti, e che hanno tentato di cancellare i cosiddetti corpi intermedi, sindacato compreso, Cgil compresa. “Le preposizioni semplici del linguaggio politico cui abbiamo assistito in questi anni e cui assistiamo tutt’ora e di cui oggi vediamo davvero l’inaudita violenza e volgarità, cancellano le subordinate, quindi il pensiero che costruisce mediazioni e quindi soluzioni condivise. Cancellavano e cancellano i corpi intermedi, tutti, o meglio quelli non funzionali a quel rapporto semplice e diretto, a quella costruzione politica. Dico a tutti che tu, Il Sindacato, non servi più, ti taglio le risorse destinate all’attività di tutela individuale, l’unica in parte sostenuta da risorse pubbliche ma di proprietà dei lavoratori dipendenti, nel caso dei patronati, in nome di una semplificazione normativa di là da venire e in verità esclusivamente funzionale alla riduzione del servizio pubblico, come sanno bene i lavoratori e le lavoratrici dell’Inps o delle Agenzie Fiscali, paragono i permessi sindacali ai privilegi della casta, come le auto blu (vero, è una citazione), parlo ad un indistinto “popolo” della cui presunta volontà mi servo per autolegittimarmi con un tweet, e il gioco della cancellazione delle parti sociali è fatto. Peccato che ne esca un paese più povero, più rancoroso, più isolato dal resto dell’Europa, peccato che ne escano soluzioni raffazzonate, peccato che a perderci siano sempre gli stessi, i più deboli, perché sono loro per primi che hanno bisogno della buona politica e di una buona mediazione”.

Il dialogo sempre più debole con le Istituzioni: la Regione Marche
“Disintermediazione sociale e disintermediazione istituzionale vanno spesso a braccetto. Anche il dialogo interistituzionale, anche qui a livello locale, si è impoverito. A farne le spese tutti, a partire dai più deboli, quelli costretti all’afonia proprio da queste scelte, quelli cui poi non resta che gridare, quelli a cui fanno finta di rivolgersi i vari populismi, qui e nel mondo. A partire dal 2014, in particolare, nel pieno della crisi economica e sociale del nostro territorio, che raggiunse poi il picco nel 2016 toccando, tra gli altri, il record di disoccupati al 12,5%, le istituzioni hanno preferito scegliere la strada del protagonismo dei singoli, complice anche una pessima riforma delle province che ha cancellato tutte, ma davvero tutte, quelle buone prassi di dialogo sociale e istituzionale che hanno fatto per decenni la storia del nostro territorio, dalle politiche attive per il lavoro e la formazione fino alle politiche sociali e sanitarie. Di quelle esperienze provinciali, del lavoro proficuo della commissione provinciale lavoro fino ai tavoli sulla programmazione sociale, non resta più nulla o quasi, in nome di un neocentralismo regionale affatto inevitabile.

Quando, assieme a Cisl e Uil, sempre nel 2014, avendo consapevolezza profonda della gravità della crisi, chiedemmo alla Regione, alle istituzioni locali e alle parti datoriali, di avviare il percorso per richiedere lo stato di area di crisi per la nostra provincia, non venimmo presi sul serio, salvo poi vedere, a dicembre 2015, la Regione deliberare lo stato di area di crisi non complessa per oltre il 90% del territorio provinciale. Ad oggi, siamo l’unica provincia area di crisi a non vedere attivo un tavolo interistituzionale con la Regione per affrontare le fragilità economiche e sociali del territorio e per condividere un utilizzo serio e meditato dei fondi strutturali europei e di tutto ciò che possa porre le basi per una nuova idea di sviluppo solido e sostenibile. Ad una sorta di isolazionismo nel rapporto con la Regione che aveva caratterizzato i decenni precedenti, non siamo riusciti, di fronte ad un neocentralismo a dire il vero molto poco efficace, a praticare un rapporto costruttivo e condiviso tra noi e poi con la Regione riguardo i temi cruciali dello sviluppo, dalle infrastrutture alla formazione, dal welfare a tema dell’innovazione del sistema produttivo. Invece della coesione finalizzata al raggiungimento di obiettivi comuni, si è scelto di praticare la frammentazione degli interessi, di ogni tipo. Invece di contaminare la Regione con quanto di buono era sopravvissuto alla crisi, a partire dalle politiche attive per il lavoro fino a quelle sociali e sanitarie, temi cruciali per l’uscita dalla crisi, abbiamo preferito fare gli esecutori di qualcosa che non ci apparteneva e non ci appartiene”.

Il quadro nazionale
Mentre tutto questo, faticosamente, avveniva, mentre si ricostruivano regole e contenuti indispensabili a sostenere salari e diritti nel lavoro, parallelamente un governo di centrosinistra metteva in campo una pesante offensiva nei confronti dello Statuto dei Lavoratori e dell’impianto normativo del nostro diritto del lavoro, a partire da contratti e ammortizzatori sociali, un impianto già non particolarmente in buona salute, attaccato negli anni e mai adeguato ai cambiamenti e alle innovazioni pur necessarie. Prima con la Riforma Fornero sulle pensioni del 2011 e quella sul lavoro nel 2012 e con la totale liberalizzazione dei contratti a termine, il Jobs Act e i suoi decreti attuativi, si sono determinati i presupposti concreti e drammaticamente tangibili di una frattura sociale e politica ampiamente sottovalutata. Si sono indebolite le difese dei più deboli nel momento di maggior fragilità, li si è esposti al ricatto del lavoro, della sua assenza piuttosto, al ricatto della precarietà.

Il reddito di cittadinanza
Riguardo il reddito di cittadinanza: al di là dell’ennesimo inganno linguistico, non si tratta infatti di reddito di cittadinanza ma caso mai di reddito di ultima istanza, è nota la posizione della Cgil, che si colloca dentro l’Alleanza contro la povertà e per un potenziamento dell’esperienza del Reddito di Inclusione iniziata nel 2017 ed entrata a regime appena dal 1 luglio scorso, è noto per chi ha letto il documento congressuale che noi proponiamo un reddito di garanzia e di continuità, che è cosa ben diversa e che si aggiunge allo strumento del Rei per uscire dalla condizione di povertà estrema e assoluta. Ma non c’è strumento di sostegno al reddito che tenga insieme percorsi di inclusione sociale e lavorativa senza investimenti quantitativi e qualitativi sulla spesa sociale e sulla spesa per le politiche e i servizi per il lavoro. Qui sta il nodo vero, unito a quello della governance di questo sistema che ad oggi, dopo la riforma sbagliata del 2001 e dopo i maldestri tentativi del 2016 di tornare indietro, è ad un punto davvero cruciale, con le competenze costituzionali su lavoro e formazione delle Regioni da una parte ed Anpal, l’Agenzia Nazionale, dall’altra. In mezzo, un sistema privatistico che senza un forte soggetto pubblico che governi e gestisca le politiche e i servizi, farà la parte del leone, con tutti i rischi del caso, come sembra di intravedere tra le intenzioni di questo governo.

La Regione Marche, da questo punto di vista, appare quasi disorientata dal punto di vista dell’iniziativa legislativa sui servizi e sulle politiche attive per il lavoro e la formazione che, comunque, le competerebbe. Si sfornano tirocini finanziati con FSE come se piovesse, la Commissione Regionale per il lavoro, come abbiamo spesso denunciato, ridotta a spettatrice, senza alcun coinvolgimento preventivo, nessuna analisi dei fabbisogni formativi che possa dirsi tale e sostenuta da un confronto condiviso, privatizzazione spinta della gestione della formazione professionale, cancellando anche quelle esperienze positive di gestione pubblica che per Pesaro erano un fiore all’occhiello, nessun dialogo con i territori e in particolare con le rappresentanze sociali.

Il paradigma pesarese:
I dati del territorio Il lavoro, l’economia e il paradigma pesarese: in questo quadro a tinte fosche, in cui anche quelle poche certezze con cui siamo entrati nella crisi sono venute meno, a partire da una nostra presunta diversità ed autosufficienza rispetto al contesto regionale, il nostro territorio provinciale appare davvero in un certo senso paradigmatico rispetto a quanto accaduto e accade ancora in tanta parte del paese. Produzioni a basso valore aggiunto, in particolare nel legno arredo, letteralmente spazzate via dalla crisi, una struttura imprenditoriale di stampo prevalentemente familiare, poco capitalizzata e poco orientata agli investimenti, un distretto della meccanica, oggi molto concentrato e molto orientato agli investimenti e all’export, e quindi inevitabilmente sottoposto agli stress test della guerra dei dazi in corso, distretto della meccanica che è diventato il tratto distintivo di tanta parte del territorio e protagonista di quella fragile e insufficiente ripresa occupazionale che ha caratterizzato il 2017, un numero di imprese del terziario rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi 7 anni, e questo non è un bene, soprattutto nella sua composizione interna, un trend demografico declinante e in controtendenza rispetto al centro nord. Per non parlare del credito, di quanto abbia inciso qui la crisi del settore creditizio e la definitiva scomparsa di Banca Marche, vicenda di cui troppo poco si è discusso, almeno per tentare di imparare dall’esperienza e non incorrere negli stessi errori.

Una provincia poco attrattiva, 89° in Italia per tasso di crescita delle imprese, una provincia da dove i giovani lavoratori se ne vanno per cercare opportunità più serie altrove. Una provincia dove ancora il lavoro scarseggia e il lavoro buono è una rarità. Pur essendo tornati, per ciò che riguarda il lavoro dipendente, ai livelli del 2010, con quasi 114.000 occupati, è cambiata radicalmente la composizione e il lavoro precario la fa da padrone, qui come in tutte le Marche, campione nazionale di precarietà per ciò che riguarda le assunzioni. Crolla, invece il lavoro autonomo: dal 2010 al 2017 meno 21%, quasi 9000 occupati in meno. E’ solo una piccolissima parte dell’analisi che ogni anno da 7 anni offriamo alla comunità provinciale con il nostro Osservatorio sull’economia e sui bilanci delle imprese del territorio.

Il volume realizzato dal professor Travaglini dell’Università di Urbino
“Altre riflessioni e analisi sul lavoro e sullo sviluppo del nostro territorio, impreziosite da uno sguardo di genere, sono contenute nella pubblicazione che abbiamo realizzato grazie alla collaborazione virtuosa con l’Università di Urbino e il gruppo di docenti e ricercatori guidato dal professor Giuseppe Travaglini che i ci anticiperà alcuni contenuti.

Marche: sicurezza sul lavoro e piano sanitario
La Regione Marche, in tema di salute e sicurezza, negli anni 2011/17, ha ridotto il personale addetto ai servizi del 20%, si, avete capito bene, del 20%, l’attività di controllo ispettivo sulle imprese, almeno fino a tutto il 2016, era in forte calo in tutti i settori, in controtendenza rispetto ad altre regioni vicine e, infine, siamo lontani dall’importo pro capite individuato dal Ministero tra i Lea (Livelli essenziali di assistenza) per spesa per assistenza collettiva negli ambienti di vita e di lavoro, individuata in uguale o maggiore a 85 euro, qui pari a poco più di 68 euro. A proposito di performance della sanità marchigiana.

I diritti di cittadinanza hanno bisogno di visioni lungimiranti oltre che di risorse pubbliche. Per questo la programmazione non è un reperto storico ma strumento di gestione e di verifica. E sul diritto alla salute e ad un welfare che produca equità non si può scherzare o improvvisare. Qui, in questo territorio, in tema di politiche sociali, in questi ultimi anni, abbiamo provato a resistere, sì, assieme agli amministratori, agli operatori, abbiamo, pur in presenza di tagli alle risorse, nazionali e regionali, abbiamo provato a salvaguardare e in tanti casi ad innovare le politiche sociali e di sostegno al reddito, attraverso la contrattazione sociale, quasi un milione di euro aggiuntivi contrattati, attraverso l’istituzione di fondi anti crisi che sostengono, per la prima volta quest’anno, non solo i disoccupati ma anche il lavoro povero, cioè gli occupati che pur lavorando non riescono a soddisfare i bisogni primari, come la casa, e anche attraverso, a proposito di come si può rispondere alla disintermediazione sociale e istituzionale, buone prassi di confronto, di elaborazione e di progettazione condivisa degli interventi sociali e socio sanitari realizzate, per dirne una, con l’Università di Urbino, nell’ambito della cosiddetta terza missione. Questo è infatti Welfare nelle Marche, una convenzione, un lavoro di studio, di confronto e di progettazione che da 5 anni realizziamo, con ottimi risultati e che a fine anno rinnoveremo e i cui protagonisti, con Cgil Pesaro e Cisl Marche, sono gli ATS, le centrali cooperative e il Terzo Settore. Abbiamo, tra le altre cose, dato un contributo fattivo per l’elaborazione prossima del Piano Sociale della Regione Marche, abbiamo offerto ai sindaci parte dei risultati del nostro lavoro senza, a dire il vero, ricevere quei riscontri che ci saremmo aspettati.

La Regione, in tema di risorse per il welfare, invece di sostenere questa fase difficile con risorse proprie aggiuntive, le ha diminuite sostituendole solo in parte con il FSE, che tecnicamente e politicamente non è affatto la stessa cosa, come sanno bene gli operatori del sociale. La Regione, d’altra parte, è in ritardo sia nell’elaborazione del Piano Sociale sia di quello Sanitario, e non parlo solo di un ritardo temporale... Sulla sanità e sullo stato del Servizio Sanitario Pubblico Regionale credo che la posizione di Cgil Pesaro, unitariamente condivisa, sia chiara e nota, quindi non dirò molto. Continuo a pensare che sull’esercizio del diritto alla salute ci si giochi molta della credibilità politica e sindacale di questo territorio e di questa regione. Questa provincia nel 2013, prima di essere travolta da una riforma sanitaria che, pur in un quadro nazionale fatto di tagli e di regole assurde, è stata gestita nel peggiore dei modi, aveva già un bassissimo numero di posti letto per acuti ogni mille abitanti (2,95), appena uno 0,3 più di Fermo che ha una superficie 3 volte inferiore alla nostra, avevamo una buona integrazione delle reti cliniche e ottimi servizi territoriali, dalla salute mentale all’assistenza domiciliare. Altri dovevano riorganizzarsi, non noi. Certo, avevamo bisogno di qualità, appropriatezza, investimenti in tecnologie e risorse umane, ma non di tagli, soprattutto non di tagli funzionali all’arrivo del privato nelle acuzie, cosa di cui davvero non sentivamo il bisogno. In 5 anni abbiamo perso oltre 150 posti letto, privatizzato ben 2 ospedali di comunità su 3, ma il terzo è in sala d’attesa, a Fano nascerà la più grande clinica privata delle Marche, 200 posti letto, i servizi sanitari e socio sanitari territoriali sono ridotti al lumicino, le liste d’attesa, soprattutto quelle operatorie, lunghissime, la mobilità passiva è esplosa e il numero di posti letto per abitante è di 2,17 ogni mille, appena lo 0,03 più di Fermo. I posti letto che verranno aggiunti, vista la vera e propria emergenza in corso, saranno appena 80 e andranno tutti al privato. Per non dire che probabilmente saremo le cavie del primo caso di ospedale pubblico costruito col project financing delle Marche. E’ una sintesi brutale, lo so, ma questo è. Si poteva fare diversamente anche qui? Certo che sì. Ma temo che sia troppo tardi per fermare il treno in corsa della privatizzazione”.

I ringraziamenti
E vengo ai ringraziamenti finali. Chi mi conosce da vicino sa che non amo né le ritualità né tanto meno la retorica da ultimo congresso. Ho scelto moltissimi anni fa che non sarei mai stata una donna rassicurante ma che avrei osato quell’irriverenza che serve, a mio parere, per fare passi in avanti, per crescere libere e liberi, soprattutto intellettualmente. Vorrei ringraziare Susanna Camusso, che mi ha fatto il regalo di essere qui con noi oggi, e con lei ringrazio tutta la Cgil che mi ha permesso di fare questa esperienza, unica, di direzione politica di una bella e grande Camera del Lavoro provinciale come quella di Pesaro Urbino. Vorrei ringraziare le iscritte e gli iscritti, tantissimi, che ci danno fiducia e senza i quali non saremmo nulla, le delegate e i delegati che ogni giorno nei luoghi di lavoro ci mettono la faccia, le attiviste e gli attivisti del Sindacato Pensionati che a dispetto dell’età a volte hanno una vitalità politica e sindacale spiazzante, le compagne e i compagni dei servizi che accolgono e tutelano oltre 100mila persone ogni anno con pazienza e professionalità e se riceviamo al massimo una decina di reclami o proteste all’anno, ce ne scuseranno gli autori, che comunque meritano una risposta e se necessario una scusa, ma noi lavoriamo tantissimo ed errare è umano. Vorrei ringraziare le compagne e i compagni di tutte le categorie della Camera del Lavoro, perché non è stato facile per loro lavorare dentro una crisi economica senza precedenti, a quei ritmi, e perché, nonostante tutto, coltivano quel senso di appartenenza alla Cgil senza il quale niente sarebbe possibile”.

Al termine della relazione, tra applausi e commozione, Susanna Camusso ha abbracciato Simona Ricci, a sugellare l’amicizia e la stima reciproche. Di seguito è intervenuto il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, che ha ricordato le tante battaglie condotte insieme alla Cgil, per salvare i posti di lavoro che la crisi ha divorato. Meccanica, legno, arredamento, tante vertenze condotte con le Istituzioni, alcune vinte e altre no. Matteo Ricci ha poi ricordato la necessità di un fronte comune contro l’arroganza di associazioni neofasciste, razziste e xenofobe che anche a Pesaro hanno fatto la loro comparsa con gesti vandalici (la croce celtica con la quale è stata imbrattata la scuola Anna Frank). Matteo Ricci ha poi ricordato di essere stato denunciato per avere negato una sala comunale a CasaPound. Ma il tribunale ha dato ragione al Primo cittadino. E per la Cgil, l’antifascismo, il razzismo e i temi dell’accoglienza e dell’integrazione sono valori irrinunciabili.

L’intervento conclusivo di Susanna Camusso
Susanna Camusso, al congresso della Camera del Lavoro di Pesaro ha parlato della Legge di Bilancio. “Abbiamo ottenuto con Cisl e Uil un giudizio unitario molto importante. Per misurarci col Governo e con i lavoratori e pensionati. L’occupazione non è aumentata e qualitativamente peggiorata. Abbiamo un Paese fragile che ha investito poco nonostante le risorse distribuite alle imprese. Investimenti disattesi e incapaci. Magneti Marelli, ad esempio, mostra che abbiamo bisogno di una vera politica di sviluppo. La competitività spaventa, perché industria, turismo e agricoltura devono crescere. E non lo fanno. Forti e ritardi clamoroso sugli investimenti pubblici e infrastrutture. Ci vuole un confronto aspro con l’Europa garantendo però una ripresa. Viviamo una rottura, il governo sta facendo cose sbagliate, mettendo in crisi la certezza degli investimenti, soprattutto nel mezzogiorno. Le opere pubbliche devono proseguire perché siamo un paese a due velocità, abbiamo forti ritardi nel collegamenti e non abbiamo più investimenti nei territori.

Chiediamo assieme a Cgil Cisl e Uil investimenti rispetto a questa manovra. Costruire un rapporto non scontato con le persone. Ci siamo ritratti rispetto a certe questioni, e abbiamo creato una distanza che deve essere colmata ripartendo dalla unitarietà. Non dobbiamo rinunciare perché tutto sembra andare male. Andiamo al cuore delle situazioni: flat tax significa ingiustizia sociale. Punto e basta dice Susanna Camusso. E poi c’è un problema di condono: un’altra idea del rapporto con il blocco sociale che noi rappresentiamo. Non possiamo costruire una alternativa senza risalire all’idea che questa coalizione non rappresenta le nostre istanze ma sta degradando il tessuto economico e sociale. Ma le coscienze non si muovono, è entrato come un veleno l’idea che tu non hai un conflitto con le guerre, la politica, ma col tuo vicino. Serve un processo di identità collettiva del lavoro. Tutto è stato messo in concorrenza da una guerra progressiva tra poveri. E il razzismo è anche figlio di questa convinzione, accompagnata da un allarmismo continuo sui migranti. Il mondo del lavoro non può espellere i più deboli.

Noi continuiamo a la nostra battaglia, senza incertezza, contro razzismo e xenofobia, senza paura però. Trovo insopportabile che si parli della teorica invasione dei migranti constatando che non esiste più una via di accesso nel nostro paese, cancellando anche i permessi umanitari. Oggi l’Europa tende a invecchiare, dobbiamo accrescere la nostra demografia, consapevoli che i flussi migratori i non si fermeranno con una legge che lo permetta. Questo significa smontare la teoria costruita da Lega e 5 Stelle nel nostro Paese. Usciamo anche dalla retorica che la produttività è solo figlia del lavoro. Ci vuole formazione, istruzione, per incentivare la crescita, smettendola di accanirsi sul lavoro privandolo dei diritti. Le parti sociali su questo punto di vista sono più avanti del governo. Non siamo ancora stati convocati dal Governo ma nel frattempo dobbiamo investire nella formazione dei lavoratori, n on possiamo continuare a immaginare che non sia necessario ricostruire le ragioni della rappresentanza. Il nostro programma è scritto nel nostro Statuto. Bisogna combattere la logica xenofoba, la differenza che divide: contro i migranti, tra uomini e donne. Ecco, si riparta dall’art.1 del nostro Statuto dal quale si è costruito il percorso congressuale. Tra Nord e Sud del Paese va ridimensionata le disuguaglianza. Basta separazioni, anche il Nord sta scivolando. Idea folle che il Nord traini il Paese come folle è l’idea che l’Europa possa fare a meno dell’Italia. Tornare indietro sì, ma per reintrodurre l’articolo 18 e contro le ingiustizie, ed estendere la nostra azione alle partite Iva, senza rimanercene in difesa. La nostra autonomia è data dal conflitto e dalla partecipazione con i nostri interlocutori. Noi siamo un soggetto sociale che non può essere autosufficiente. Questo Governo nega la rappresentanza, e si sostituiscono loro stessi con le loro piattaforme web.

Dobbiamo parlare di rappresentanza, piano per il lavoro, con un pensiero lungo. Per non sentirci dire: voi dove eravate? Dobbiamo avere una maggiore continuità anche se siamo una organizzazione che affronta tematiche complesse. Maggior radicamento nel territorio come luogo dove incontri il lavoro. Se ci sleghiamo corriamo seri rischi. E questo congresso ci ha dato notevoli spunti: rilancio della contrattazione, redistribuzione e inclusività. Abbiamo tutte le condizioni per farcela. Noi facemmo uno sciopero contro il Jobs Act, ma non potevamo continuare a scioperare, noi non possiamo essere organizzazione minoritaria ma maggioritaria di rappresentare milioni di lavoratori. Questo non è in contraddizione con il rapporto con Cisl e Uil. Il problema di questo congresso coincide con il cambio del segretario generale?

Non è un problema, afferma Camusso - noi abbiamo tutte le regole e possiamo salvaguardare la nostra storia che è di democrazia delegata. La nostra storia insegna che le battaglie le abbiamo sempre fatte, ma a viso aperto. Con la massima trasparenza. Usiamo tutti gli strumenti per fare questa discussione senza consegnarla al di fuori di noi. Discutiamone serenamente, ma al nostro interno. Voglio salutare Simona Ricci (segretaria generale provinciale uscente) e fare i migliori auguri al prossimo segretario della Camera del Lavoro. Susanna Camusso conclude con parole affettuose per Simona Ricci, lodando il suo rigore e la sua onestà intellettuale. “Un compagna che ha sempre combattuto a viso aperto senza fare sconti”.

I lavori riprenderanno domani 30 novembre sempre all’hotel Mercure di Pesaro che al termine vedranno l’elezione del nuovo Segretario generale della Camera del lavoro di Pesaro e Urbino.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 29-10-2018 alle 09:57 sul giornale del 30 ottobre 2018 - 2098 letture

In questo articolo si parla di cgil, cgil pesaro, cgil pesaro e urbino

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