Vivere Critico, uno sguardo sulla situazione degli studenti italiani: tra spese e scollamento col mondo del lavoro

studenti universitari 6' di lettura 23/03/2018 - Ci sono tanti modi per misurare il gap di sviluppo economico (e non solo) tra un Paese e un altro. Il Pil pro capite, la ricchezza nazionale, il volume delle esportazioni ecc.. Ma c’è un dato, talvolta sottovalutato o strumentalizzato nelle campagne dei politici: il numero dei laureati.

Secondo L’Ocse, solo il 18% degli italiani è laureato, meno della metà della media europea. Si parla tanto di cervelli in fuga ma poco di studenti costretti a grandi sacrifici per poter studiare. Già, perché il costo di uno studente universitario che frequenti un ateneo nella sua città e che viva con la propria famiglia, compreso di rette e libri, può arrivare fino a 3000 euro. Stiamo parlando di casalinghi, perché se spostiamo l’analisi sui fuorisede, nemmeno i magheggi più sottili ci permettono di accennare un sorriso. Il costo, comprensivo di rette, affitto, bollette e spese alimentari (ed extra) può toccare un massimo di 9000 euro.

“Chi me lo fa fare?” potrebbe dire chiunque. Se pensiamo ad una famiglia con un reddito di circa 2000-2500 euro (già abbastanza alto), l’investimento diventa proibitivo, quasi impossibile. Essere fuorisede è un lusso che si possono concedere alcuni, e non si sa nemmeno per quanto. Infatti sono numerosi i laureandi che abbandonano precocemente gli studi. I motivi sono diversi, ma i principali sono due, strettamente legati: impossibilità di sostenere il costo della vita universitaria o abbandono per cercare lavoro.

Un ragazzo che esce dall’ITIS di Urbino ha già il telefono che squilla appena conseguita la maturità. Dall’altra parte c’è il responsabile Biesse (per fare un esempio di una delle più comuni) pronto a fargli il colloquio. Gli stipendi possono anche non essere per niente male, e garantire quindi fin da subito una solida sicurezza economica. Il lavoratore vedrà l’universitario e gli dirà – studia studia, ancora ti rimangono 2/3 anni e poi forse lavorerai, io intanto intasco già la mia bella paga --. A me, da universitario (pensa che scemo) è capitato diverse volte, e quello che sentono ancora più pesante gli universitari è il peso dei sacrifici che la famiglia sostiene per permetterli di studiare. Qualcuno trova lavoro in estate o durante gli studi (ipotesi rischiosa), ma la condizione generale è drammatica.

Tornando alla domanda di prima: “chi me lo fa fare?”. La spesa è insostenibile e il risultato non è sempre garantito. Un laureato triennale guadagna in media 1104 euro, chi ha conseguito una laurea specialistica guadagna in media 1153 euro, fino al Master che garantisce in media 1500 euro (fonte: Corriere della Sera). Un diplomato di un istituto tecnico può contare su uno stipendio medio di 1050 euro mensili, evitando le spese universitarie. Il margine è veramente irrisorio, anche se nella media sono incluse università che non garantiscono un elevato inserimento nel mondo del lavoro (facoltà come medicina e ingegneria assicurano assai maggiormente un posto di livero rispetto a facoltà come lettere o biologia, oltre a retribuzioni più cospicue). Fattore decisivo sarà soprattutto la persona e la sua preparazione umana e professionale.

Poco si è parlato in campagna elettorale riguardo alla situazione dei giovani studenti italiani. L’unica proposta importante è stata l’abolizione delle tasse universitarie propugnata da Liberi e Uguali, seppur piena di incognite e non chiara sulle modalità di copertura finanziaria di una tale manovra. Il sistema vigente non favorisce e non aiuta chi si vuole laureare. Tanti sono gli ostacoli e poche le prospettive. Un paese senza laureati non è un paese che può crescere, che può essere tra i migliori. La crisi economica passa anche dalla mancanza di competenze adeguate, e dalla pochezza delle figure professionali preparate. Le condizioni affinché si crei un ambiente migliore per i laureati dovrebbero studiarle proprio i laureati, persone attrezzate da anni di studio ad affrontare situazioni di questo tipo. Non solo la cultura, non solo l’immagine, ma l’economia stessa del Paese dipendono dalla situazione dei propri laureati.

Il problema è la distanza siderale tra l’università e il mondo del lavoro. In Italia c’è urgente richiesta di profili tecnici, specialmente di progettisti ed informatici. L’università di Urbino, con sedi distaccate a Fano e Pesaro, conta circa 15000 iscritti, ed è il cuore pulsante dell’istruzione universitaria provinciale (e non solo). Riguardo a tale questione, l’ateneo si è organizzato stringendo forti rapporti collaborativi con aziende locali che spesso tengono conferenze e seminari all’interno dell’università. Esempi emblematici sono aziende come la Biesse, la Benelli e Marche Multiservizi (ve ne potrei dire altre) che fanno spesso visita all’università di Urbino e si interfacciano direttamente con gli studenti. L’obiettivo è quello di ridurre la distanza tra mondo del lavoro e percorso di studi, attraverso incontri, tirocini, scambio di informazioni e talvolta assunzioni dirette. Significativo è il cosiddetto “career day”, una giornata in cui le imprese entrano in università e allestiscono degli stand in cui ospitano gli studenti e intavolano una discussione professionale. Il career day è il primo impatto per un laureando con il mondo del lavoro, e risulta assai utile al fine di ridurre questo gap impresa-università.

Ma non è sempre sufficiente. Alcuni evidenziano il fatto che l’Ateneo di Urbino pecchi della mancanza di una facoltà di ingegneria e di una di medicina, due tra le più affidabili in termini di occupazione post-laurea, e di essere troppo “umanista” (se si può definire una colpa). Talvolta gli stessi centri per l’impiego sono lenti e farraginosi, e lasciano il disoccupato in uno stato di perenne incertezza. Drammatico è anche il numero dei “neet”, ovvero i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non fanno corsi di formazione. Su questo dato si potrebbero aprire le più svariate discussioni: dai problemi di una generazione svogliata e capricciosa, fino alle colpe della classe dirigente politica che non ha fatto abbastanza per garantire un contesto socio-economico sviluppato. Molti ragazzi tentano di emergere approfittando del programma Erasmus, che offre grandi vantaggi professionali e umani. Ma anche qui, tra la mentalità poco intraprendente e i costi elevati nonostante le borse di studio, molti rinunciano in partenza.

Uno scenario a dir poco sconcertante penserete. Pensate bene, ma la riflessione non vuole essere una critica distruttiva. C’è un enorme bisogno di laureati e di vie più veloci e sicure al mondo del lavoro. L’invito è di preferire l’investimento allo scoraggiamento, perché i benefici non sono solo personali, ma collettivi. Un Paese senza laureati è un Paese che non ha futuro. Non si tratta solo di arricchire il bagaglio culturale, ma di creare le premesse per un ambiente migliore, in cui il sudore di un laureato diventa il guadagno di tutti. La laurea non è solo un pezzo di carta, ma ci può assomigliare se non si creano le condizioni affinché anni di studio vengano premiati con il raggiungimento dei propri sogni, piuttosto che con una porta sbattuta in faccia.

Massimiliano Garavalli






Questo è un articolo pubblicato il 23-03-2018 alle 10:43 sul giornale del 24 marzo 2018 - 1843 letture

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