Intervista al maestro Alberto Zedda a conclusione dell'Accademia Rossiniana

maestro Alberto Zedda 6' di lettura 28/07/2016 - Abbiamo incontrato il maestro, Alberto Zedda, alla conclusione dell’importante edizione dell’Accademia rossiniana che anche quest’anno ci ha dedicato un bel concerto finale.

Zedda, Lei da più di cinquant’anni segue di pari passo, la sua ricerca come musicologo sull’opera di Rossini, come direttore d’orchestra con le formazioni più importanti del mondo e come didatta, con l’Accademia Rossiniana, che anche quest’anno ci ha fatto scoprire grandi promesse vocali provenienti da tutto il mondo. Ma se lei dovesse fare un paragone fra i cantanti degli anni Settanta e quelli di oggi, che cosa si sentirebbe di dire?

Si tra gli anni ’70 e gli anni ’90, vi è stato un gruppo di cantanti rossiniani, che ha coinciso con la renaissance rossiniana, la riscoperta, da parte della Fondazione Rossini. Fra questi gli americani, Horne, Merritt, Ramey, Blake. Ma con questo non voglio assolutamente dire, che i nostri giovani cantanti rossiniani, vengono oscurati da un complesso di inferiorità, rispetto a questi importanti cantanti del passato. Anzi per essere franco i nostri giovani cantano meglio delle vecchie generazioni. Oggi abbiamo imparato un linguaggio, abbiamo imparato a rispettare un autore, ci siamo abituati a vedere il Belcanto e in particolare Rossini, che del Belcanto è la punta più alta, non più in un’ottica di eccezionalità, ma alla portata di tutti, cantanti che siano anche bravi musicisti.Le voci come quelle di Ramey e Merritt non si trovano più a Pesaro ma neanche a New York o a Londra. Questo non vuol dire cohe il mondo della lirica sia morto, perché i giovani hanno una facilità di affrontare il repertorio rossiniano che una volta non c’era. E il repertorio del Bel canto una volta alla portata di una decina di cantanti oggi si può estendere anche ad un centinaio di giovani cantanti. La voce media di oggi è certamente superiore a quella dei cantanti dei tempi passati. Oggi i giovani cantanti, e l’accademia rossiniana , anche quest’anno ne è stata la testimonianza, hanno una facilità di lettura. Certo non sono i Pavarotti, Domingo o la Callas, ma li non si trattava solo di bravura ma di dono della natura, per voci prodigiose, che probabilmente non torneranno più’’.

Maestro, quest’anno il Rof ripropone Ciro in Babilonia, La donna del Lago e il Turco in Italia. Opere ormai conosciute. Ma fino pochi anni fa erano retaggio solo dei musicologi.

Vede, delle trentanove opere che sono state fatte a Pesaro, ve ne sono alcune poco conosciute come Ermione,Matilde di Shabran e il Maometto II, opere mai rappresentate all’estero a differenza del Viaggio a Reims, che pur non avendo una storia e con un esercito di personaggi , sta avendo un successo strepitoso ovunque. Ma spetta a noi di impegnarci a far comprendere soprattutto il Rossini serio. Semiramide che pongo a livello estetico e musicale alla stessa altezza del Don Giovanni di Mozart, va portata nei teatri. Le opere che il Rof quest’anno propone sono importanti e complesse. Il Ciro in Babilonia è un’opera-oratorio, che già un recensore nel 1816 aveva valutato per singolari situazioni, “rancidissime risorse’’: quella ad esempio della “madre prigioniera con il puttino’’ e il “roneau con le catene’’Il Ciro in Babilonia presentato per l ’ apertura del Rof 2012, ha un soggetto biblico-storico rivisitato in chiave melodrammaturgica. Ciro in Babilonia presenta già i caratteri e gli stilemi compositivi del Rossini maturo con i suoi autoimprestiti e la sua somma abilità ri-creativa. Ne La donna del Lago, che dopo la prima esecuzione diretta da Maurizio Pollini, diressi io, nel 2013 all’Auditorium Pedrotti in forma di concerto, fa parte di una trilogia, che dal 2011 portai al Rof, nel concludere la stagione, con opere rossiniane appunto in forma di concerto: la prima fu Il Barbiere di Siviglia, che poi recentemente ho ripreso con gli allievi dell’Accademia e nel 2102 con il Tancredi. Per me fu un’esperienza bellissima, anche se ho avuto quel malore, a cui devo qualcosa di taumaturgico., perché rientrato in palcoscenico ripresi l’andante alla battuta 161 e finii in bellezza il primo atto".

Ma perché tanto oblio per le bellezze musicali de La donna del lago?

Perché come per il Guillaume Tell, bisogna ricordare l’origine letteraria. I francesi cercarono di rielaborare e ridurre il modello schilleriano per il Tell, nel 1819 Andrea Leone Tottolariduce un testo inglese di Walter Scott, che scrisse nel 1810, il suo poema in sei canti The lady of the Lake. Mi ricordo che a Milano nelle Divagazioni rossiniane definii La donna del lago:<< l’amicizia, gli affetti familiari, il panteistico rapporto con la natura celano turbamenti profondi, inquietudini esistenziali; dolore e morte vi campaiono con onirico distacco. Su tutto domina l’incomunicabilità, l’incapacità di capire sé stessi e il prossimo, di decifrare il messaggio dei sentimenti, di dar ordine agli impulsi dei sensi’’.

E il suo merito, maestro Zedda e di aver rivitalizzato questa opera, facendo scintillare gli ottoni e brillare i colori dei legni. Mi ricordo anche la sua direzione orchestrale dinamica…

Ho voluto dare una interpretazione moderna della Donna del lago. Innanzitutto sono state introdotte pacatamente le arcate melodiche del discorso musicale, in un inframmezzarsi di drammaticità a nuove vitalità e soprattutto una ricerca espressiva dei colori a ogni sezione orchestrale’’.

Infine, e non per importanza, Il Turco in Italia. Nell’autunno dello stesso anno 1814, Rossini compose per la Scala il Turco in Italia: si attendeva un’opera che facesse riscontro all’Italiana in Algeri. Galli ebbe l’incarico di interpretare la parte del giovane Turco che, sospinto dalla tempesta,sbarca in Italia e s’innamora della prima bella donna che il caso gli fa incontrare’’. Sono le parole di Stendhal, tratte dalla Vita di Rossini, che fanno comprendere la difficile gestazione dell’opera rossiniana. Un suo giudizio.

L’opera fu un fiasco solenne alla prima alla Scala di Milano e il librettista Romani, riprese il libretto utilizzato oltralpe e lo rimaneggiò per adattarlo ai tempi e al contesto italiano. E le modifiche furono fatte a livello testuale, musicale e drammaturgico".

Infine maestro, un omaggio a Juan Diego Florez, che riceverà durante il suo concerto all’AdriaticaArena, la cittadinanza Onoraria……

Florez è una nostra creatura vocale, una meravigliosa creatura, che è cresciuto con noi ed oggi è considerato il più grande cantante rossiniano. Auguri’’.


   

da Paolo Montanari





Questa è un'intervista pubblicata il 28-07-2016 alle 09:38 sul giornale del 29 luglio 2016 - 1551 letture

In questo articolo si parla di cultura, intervista, Paolo Montanari, maestro Alberto Zedda

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