Regolamentazione del settore tartufi: urge una revisione normativa

Tartufo bianco 3' di lettura 21/02/2015 - Da circa 40 anni i tentativi di trovare una soluzione per risolvere la spigolosa questione fiscale riguardante gli scambi commerciali operati nella filiera del tartufo non trova adeguate risposte. Ancora oggi non si intravedono spiragli per il raggiungimento di una linea normativa che comprenda le numerose casistiche pratiche tramite la riformulazione di una nuova regolamentazione.

Dopo il riconoscimento prima dell’Europa poi finalmente anche dell’Italia del tartufo come prodotto agricolo, resta ancora da applicare nella pratica il regime iva al 4% come già fatto da tutti gli altri stati europei. La capacità competitiva sul mercato globale delle imprese del distretto del tartufo è frenata da una tassazione che arriva a conti fatti al 44% la metà della quale è generata dalla impossibilità di detrazione di quanto versato dagli operatori quando acquistano da cercatori non muniti di partita iva, di cui peraltro nessuno è dotato, e il restante 22% è pagato dal consumatore finale. Acqualagna in primis, ed il sistema italiano delle imprese operanti in questo settore, sta pagando un prezzo altissimo a causa dell’immobilismo della politica.

Tra i nodi da dipanare sussiste l’enorme contraddizione costituita dalla possibilità che ha il cedente del prodotto di emettere autofattura in forma anonima, quando invece la normativa per la tracciabilità certa del prodotto prevede la necessità di risalire a tutti i soggetti che intervengono nei passaggi di filiera. In questo modo invece il primo soggetto a monte della filiera sostanzialmente viene a scomparire anche per il fisco. C’è poi la concorrenza sleale praticata da cercatori o cavatori, che sovente erodono quote di mercato sostituendosi ai commercianti nelle vendite ai ristoranti o ai privati, restando anche in questo caso completamente sconosciuti al fisco. Ci si trova poi a confrontarsi sempre più spesso con aziende che pur movimentando grandi quantità di tartufi hanno difficoltà a versare l’iva riscossa dai clienti e l’iva dovuta quando ci si fornisce da cercatori non muniti di partita iva che poi chiudono facendo ricadere sull’impresa cliente le responsabilità fiscali.

C’è inoltre il rischio che aziende appositamente costituite spesso con sede in paesi dell’est Europa, oltre ad esercitare l’import export dei tartufi sopperiscano alla mancanza di documenti nazionali con fatture trasformando i tartufi made in Italy in made in paesi dell’est. Per contrastare tale fenomeno le imprese locali chiedono l’applicazione del reverse charge, strumento che ha già trovato ottima applicazione in altri settori produttivi, unico meccanismo fiscale che garantirebbe il versamento dell’iva mettendo al riparo le imprese da tutte le conseguenze negative che fino ad oggi hanno dovuto sostenere a proprie spese. L’applicazione dell’imposta diventerebbe un obbligo del soggetto cessionario o committente, attraverso l’inversione contabile. Altra casistica presente nel mercato dei tartufi sono le aziende agricole fittizie un escamotage che permette ad imprese commerciali di pagare le tasse come reddito agrario al 2%.

Malgrado questo il settore della trasformazione e commercializzazione del tartufo, resta ancora il motore trainante di una microeconomia di dimensione locale che in questi anni grazie ad investimenti accurati ed una buona governance imprenditoriale ha acquisito sempre maggior portata internazionale. Per la politica è finito il tempo dei proclami, è venuto il momento di azioni concentrate alla revisione normativa per aggiornare la regolamentazione dell’attività di questo distretto produttivo di eccellenza, che da decenni sta attraversando profondi cambiamenti ed è chiamato ad operare in mutati contesti economici.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 21-02-2015 alle 21:58 sul giornale del 23 febbraio 2015 - 1937 letture

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