E se bastasse un battito....separarsi senza s(e)pararsi

Mediazione Familiare 3' di lettura 19/12/2013 - “Mediazione… è cultura del cambiamento e della prevenzione”. Questo lo slogan per la giornata nazionale della mediazione familiare organizzata dall’A.I.Me.F (Associazione Italiana Mediatori Familiari).

La cronaca ci sconvolge con situazioni sempre più ai limiti dell’inverosimile. Nelle famiglie le reazioni ai conflitti manifestati, o a quelle situazioni di disagio e sofferenza celate, inducono i componenti della famiglia stessa a compiere degli atti indicibili. Una mamma ha costretto il suo bambino a bere benzina, poi ha cosparso se stessa, suo figlio e suo marito di benzina ed ha acceso gas e fuoco, perché non si sentiva rispettata dal marito. Quest’ultimo dice: “colpire nostro figlio era l’unico modo che mia moglie aveva per ferirmi veramente!”

Tutti e tre hanno riportato ustioni gravissime, ed il bambino, se sopravvive, sarà quasi sicuramente cieco e non potrà più parlare. Un’altra donna dopo esser stata picchiata dal marito per un malinteso, prende le sue cose e quelle della loro bambina e se ne va di casa. Interpella la giustizia e giungono ad un “affido condiviso”, a seconda del quale il padre può vedere la figlia tutti i week-end. Dopo due week-end passati “serenamente”, al terzo week-end il padre prende la figlia e la porta via con sé senza dir nulla alla moglie. Dopo due anni questa donna non vede e non sente la figlia e neppure sa dove si trova.

Mi chiedo: a cosa serve intraprendere lotte infinite per “vendicarsi”, cosa conta l’aver ragione a fronte di un torto, che valore ha un foglio emesso da un Tribunale con un verdetto favorevole per chi lo ha richiesto? Può forse tutto questo alleviare quel dolore che si prova nel momento in cui ci si trova di fronte ad una crisi, ad un conflitto o ad un tradimento o ancora di fronte al fallimento di quel progetto di vita insieme che è stato infranto?

Occorre un cambiamento, occorre una prevenzione. Prima di adire le vie giudiziarie, occorre gestire quei conflitti “disperanti” che vengono a crearsi e che poi sfociano in una rottura che non si sa che piega prenderà. Occorre essere riconosciuti nel proprio dolore, occorre uno spazio dove poter essere ascoltati, occorre avere tempo per metabolizzare l’evento al fine di sviluppare soluzioni anziché guerre che portano solo altri problemi.

Solo con questo stato d’animo è possibile intraprendere le vie legali con la possibilità di addivenire ad accordi condivisi e duraturi perché rispettosi dei sentimenti e dei bisogni di ciascuno dei configgenti. Si racconta che quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello. Questa tecnica in Giappone è chiamata Kintsugi, rendere belle e preziose le “persone” che hanno sofferto.

In Italia questa tecnica credo che si debba chiamare mediazione familiare: il mediatore familiare accoglie la coppia con la loro rottura, non la giudica e nemmeno la “butta via”, ma valorizza quella crepa aiutando i soggetti a raccontarsi al fine di ritrovare un dialogo che potrà permettere di riparare quel “vaso” anche se questo assumerà un nuovo aspetto, una nuova forma ed anche un nuovo uso.

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da Dott.ssa Ylenia Reibaldi
Mediatrice Familiare A.I.Me.F.





Questo è un articolo pubblicato il 19-12-2013 alle 09:09 sul giornale del 20 dicembre 2013 - 3661 letture

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