Libri & Cultura: con Adriàn N. Bravi e “L’albero e la vacca” (…e un bambino)

“L’albero e la vacca”, Adriàn N. Bravi (l’accento mi raccomando), 2013, Feltrinelli Editore (Collana Indies. Feltrinelli / Nottetempo), 125 pp. 5' di lettura 28/10/2013 - Questa volta sarà un bambino ad intervistare o chiacchierare con Adriàn N. Bravi, l’autore de “L’albero e la vacca”. No no, non per screditarlo, sia mai. Perché, primo, chi narra la storia de “L’albero e la vacca” è un bambino, Adamo, ed è la storia di Adamo, la sua visione quella che ci viene presentata. E secondo: ve lo spiego un’altra volta.

Il libro racconta la storia di Adamo, un bambino che assiste da sopra a un albero alla separazione dei genitori. L’albero in questione è il tasso, che si dice sia in grado di uccidere bestie e uomini coi suoi frutti, gli arilli. Seduto sul ramo del tasso, dopo aver mangiato le sue velenosissime bacche, Adamo vede apparire una placida vacca che rasserena l’orizzonte. L’autore riesce a far ridere restando serio. Al suo protagonista bastano poche bacche velenose e una mansueta allucinazione per affrontare il dolore, sbarcare nell’età adulta e lasciarsi la famiglia alle spalle. Con la sua prosa comica e visionaria, Adrián N. Bravi racconta il quotidiano, trasformandolo in un’avventura fantastica, e viceversa”.

Come anticipato, la chiacchierata tra lo scrittore e il giovanissimo e imberbe intellettuale:

“Perché il tuo nome ha l'accento sulla a, Adrián?”
“Perché è scritto alla spagnola, e secondo la regola grammaticale spagnola l’accento va messo così, e poi, c’è da aggiungere che noi, di lingua madre spagnola, abbiamo una fissa con gli accenti. Guai a sbagliarne uno.”

“Allora non sei italiano? Io mi chiamo Luca, senza nessun accento.”
“Dovresti prima chiederti che cosa significa essere italiano. Il nome non determina la nazionalità, posso essere italiano anche se mi chiamo Jonathan Cascamorto o Bryan Rossi.”

“Capito… Ma se mangio come Adamo i frutti del tasso, gli arilli, anche io inizio a ridere e a vedere la Vacca?”
“Non lo so, te lo sconsiglio, perché è un libro di finzione e non bisogna prendere alla lettera tutto quello che c’è scritto dentro. Ma se li prendi fammi sapere con quale animale hai avuto a che fare.”

“Ma sì, lo so che non li devo mangiare, non sono piccolo piccolo. A te, invece, cosa piacerebbe vedere?”
“Una vacca, come quella che ha visto Adamo; una grande vacca cosmica, con tutte le mammelle appese.”

“No, io no. Io, invece di una vacca, posso vedere un dinosauro?”
“Non lo so, non credo, speriamo di no, metti che ti capita un gigantosauro, poi che fai? Un conto è vedere una vacca un altro un bestione grosso come un dinosauro.”

“Io voglio vedere un dinosauro, no una vacca. Già le ho viste le vacche. Però non ho capito una cosa, se il tasso che c'è nei giardini di Recanati può far morire le persone e gli animali perché allora non lo abbattono?”
“Perché dovrebbero abbatterlo? La pianta in sé non è velenosa, siamo noi uomini che siamo troppo deboli e non riusciamo a mangiarla. I pettirossi ne mangiano eccome i frutti, anche i ruminanti. Io ti consiglio di farti amico di tutti gli alberi e di non pensare mai di abbattere un albero, anzi, bisognerebbe piantarne altri. Dovrebbero istituire in tutte le città gruppi di “piantatori d’alberi.”

“Potrei farlo io. Ho piantato dei fiori, giorni fa… … …Qual è stato il momento più difficile mentre scrivevi libro?”
“Il momento più difficile per me è trovare il tempo e la concentrazione per scrivere. Sono sempre preso da inutili incombenze.”

“Quali incombenze?”
“Le chiamo “inutili incombenze”, ma in realtà non lo sono perché tutti ne abbiamo a che fare: andare alla posta perché ti è arrivata una raccomandata e poi ti accorgi che sarebbe stato meglio lasciarla lì, o quando ti chiamano per un sondaggio (e io non riesco mai a dire di no) o ti propongono una nuova tariffa telefonica e tu stai lì ad ascoltare senza riuscire a dire che non ti interessa perché parlano a raffica, quelli che ti propongono le cose. E poi, scrivere non è la mia professione e dunque mi devo ritagliare il tempo come posso, sottraendolo ad altre cose e facendo i conti col lavoro, che di per sé mi occupa otto ore al giorno.”

“Ho capito. Io, per ora, di lavoro, non so se fare il prete o il calciatore come certi miei amici. Volevo farti questa domanda qui: per te, è più bravo il babbo di Adamo o la mamma? Per me è più bravo il babbo, la mamma urla sempre.”
“Nessuno è più bravo dell’altro, sono diversi a modo loro, ognuno con il suo carattere e le sue debolezze. E' vero, la mamma urla sempre, forse risulta più antipatica del padre, ma poi si riscatta.”

“Però Adamo fugge dai genitori perché litigano sempre. Quando eri piccolo tu, c'era qualcosa da cui fuggivi? Io dalle galline di mia nonna.”
“Spesso fuggivo dalla scuola, dalle maestre militaresche che ho avuto alle elementari. Invece, le galline di mia nonna a me piacevano molto, mi piacevano così tanto che a volte mi veniva da prenderle a calci (quando ero piccolo, si capisce).”

“A me, invece, piace fare gli scherzi alle galline. Adesso non lo faccio più, la nonna dice che non fanno le uova poi. L'ultima domanda: perché hai scelto di far raccontare la tua storia a un bambino come me?”
“Perché la storia riguarda un bambino e volevo che fosse lui a raccontarla in prima persona. Il fatto che la racconti lui, Adamo e non un altro, è un modo di guardare le cose. Non sarebbe stata la stessa storia se l’avesse raccontata sua madre, per esempio. Non credi anche tu?”

“Sì, sì. Credo anche io… Basta, finite”.

“L’albero e la vacca”, Adriàn N. Bravi (l’accento mi raccomando), 2013, Feltrinelli Editore (Collana Indies. Feltrinelli / Nottetempo), 125 pp.






Questo è un articolo pubblicato il 28-10-2013 alle 08:56 sul giornale del 29 ottobre 2013 - 12308 letture

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