Guatemala: l'autodeterminazione dei popoli indigeni raccontata dal pesarese Alessandro Masini

Guatemala 5' di lettura 30/09/2013 - Levanten sus varas al cielo, demostremos que aquí estamos, que nosotros, los Pueblos Indígenas, existimos. “Alzate i bastoni al cielo, dimostriamo che siamo qui e che Noi, Popoli indigeni, esistiamo”. Questo è il monito che maggiormente ha echeggiato durante la riunione a Totonicapán, Guatemala, il 9 agosto, in occasione della giornata mondiale dei diritti dei popoli indigeni.

In questo modo si vuole fare riferimento al Vara, in bastone ben curato, lucidato, a volte con un pomello d’argento all’estremità e un fiocco variopinto come decoro, che simboleggia lo status di autorità indigena Maya del Guatemala. Nonostante la Vara sia stata rivolta al cielo più volte, nonostante l’importanza dell’evento e dei venticinque posti di blocco sulle strade di tutto il paese, la giornata di mobilitazione è passata sotto silenzio. Nei giorni seguenti alla riunione nulla è apparso sulle testate giornalistiche del Guatemala, luogo di povertà, dove il giornale cartaceo è ancora il mezzo maggiormente accessibile dalla popolazione.

L’attaccamento alla madre terra, come retaggio della visione che I Maya avevano del cosmo, il fervore di un popolo che sta solo pretendendo i propri diritti, una organizzazione comunitaria ancorata a logiche diverse dallo Stato nazionale, e un vestiario ricavato dalla natura rigorosamente tessuto a mano, richiamano in modo chiaro e deciso un mondo antico e profondamente umano. Siamo in un periodo in cui il significato della parola indigeno è sempre più soggetta a discussioni, perciò è opportuno fare luce sulla sua etimologia. Dal latino indígmna, ovvero l’unione di índu (che significa in) e gèn-o (che significa generare) la parola vuole indica una persona generata nel paese ove dimora. I greci, esprimendo lo stesso significato, utilizzavano la parola autoctono che etimologicamente indica un individuo legato al suolo, alla terra, alle onde del posto in cui vive e ne è parte. È proprio quel suolo, quella terra, quelle onde di cui son fatti i Maya che il rendono così unici e ancora oggi capaci di trasmettere la propria cultura, che ha resistito a più di cinquecento anni di vessazioni: le guide spirituali Maya baciano la terra prima di compiere i riti come i contadini che prima della semina chiedono il permesso alla Madre Terra, scusandosi di ferirne il corpo.

Durante la riunione del 9 agosto ha preso la parola un indigeno in passato responsabile e referente dell'autorità autoctona dei 48 cantoni di Totonicapán, dicendo: “chi si sente indigeno alzi la mano”. C’è stato un momento di silenzio, interrotta da un “adesso” espresso con forza dall'oratore. Il silenzio si è rotto e tutti hanno sollevato le mani. Riappropriatosi dell’attenzione dei presenti il discorso è continuato: “se vi chiedo dove hanno ucciso Cristo, sicuramente tutti sapete rispondere. Però, se vi domando dove hanno ucciso Atanasio Tzul voi non lo sapete. Abbiamo bisogno di diffondere la nostra cultura, la nostra storia”. Il riscatto culturale è alla base dell’autodeterminazione così come la difesa del territorio: “rifiutiamo le misure amministrative e legali con le quali impongono mega progetti nel nostro territorio, come miniere, centrali idroelettriche, estrazioni di petrolio, piantagioni di palma africana, il canale intraoceanico nella zona trasversale del Nord, la ratificazione di costrizioni in campo elettrico mediante legislazioni con urgenza nazionale e altre”.

A sostegno dell’ultimo articolo della dichiarazione, è stato affermata l'esigenza che lo Stato guatemalteco cancelli immediatamente tutte le licenze minerarie, idroelettriche, petrolifere e qualsiasi mega progetto così come le costrizioni che TRECSA (Transportadora de Energia de Centroamerica S.A.) e altre imprese vogliono imporre progetti sul territorio dei Maya; i quali, si stanno opponendo. Ricordiamo che i Maya sono profondamente angosciati e turbati dal semplice affondare la zappa nel terreno o abbattere un albero con il machete; i mega progetti appena enunciati costituiscono grave offesa al loro spirito.

Al termine della riunione, le autorità indigene, al fine di rafforzare il proprio sistema politico, propriamente volto al servizio delle comunità e dei popoli, hanno stilato una dichiarazione composta da nove punti. Nella stesura di uno di questi è emerso un momento davvero significativo quando si dove dar conferma alla partecipazione politica da parte delle donne indigene: l’indecisione popolava nell’aula, così, un’anziana signora ha preso la parola salendo sul palco, accanto alle autorità, affermando con forza che se la cultura maya sopravvive è grazie alle donne che la conservano dentro le case e nei mestieri che portano avanti. Non sono in grado gli uomini a svolgere le mansioni di casa, accudire i figli e partecipare, al contempo, alle riunioni; come invece le donne stanno facendo. Ha poi proseguito: "Voi uomini, senza noi donne, morireste nella sporcizia e di fame”. Queste parole hanno scosso con potenza i presenti nell’aula, tutte le Vare hanno iniziato ad agitarsi verso il cielo, e le donne hanno così conquistato lo spazio politico. Ora, l’articolo 4 della Dichiarazione di Totonicapán recita: “valorizziamo la partecipazione delle donne nell’organizzazione ancestrale e rifiutiamo l’uso discriminatorio, razzista e folclorista delle donne da parte dello Stato”.

Davanti alle disuguaglianza sociale e di rappresentanza politica, la dichiarazione denuncia la discriminatorie perpetuata dello Stato e dei suoi partiti politici, sia in tempo di guerra civile (1960 – 1996) che in tempi attuali, e annuncia la necessità di riscattare i valori indigeni, rifiutare le politiche clientelari – strumento sfavorevole allo sviluppo endogeno –, difendere politicamente i leader comunitari che tutt’ora sono soggetti a persecuzione e criminalizzazione, e applicare ciò che “stabilisce l’accordo 169 dell’organizzazione internazionale del lavoro e altri strumenti internazionali”.

Nonostante le avversità storiche subite, non solo dai tempi della colonizzazione (V. J. Eric. S. Thompson, la Civiltà Maya, Einaudi, 2006), il popolo Maya conserva un grandissimo senso di umiltà, adattamento e accondiscendenza palesatosi anche attraverso le parole dell’autorità femminile dei 48 cantoni di Totonicapán: “Lo Stato ci ha impedito l’istruzione, si è preso le migliori terre, con tutte le risorse naturali; come oro ed energia. Hanno iniziato a produrre alcol, grave e irreversibile piaga sociale, come strumento di persuasione e manipolazione; lo Stato vuole difendere i produttori di alcol, non gli indigeni. Ci stanno schiavizzando […]. Ora, qui, noi stiamo discutendo come consulta indigena per organizzarci e nonostante tutto rispettiamo il sistema dello Stato centrale; però, come autorità indigene, vogliamo salvaguardare la nostra gente, le nostre terre, perché è l’unico modo, immediato, influente, per rimediare alla nostra situazione di ingiustizia e povertà”.






Questo è un articolo pubblicato il 30-09-2013 alle 07:21 sul giornale del 01 ottobre 2013 - 2697 letture

In questo articolo si parla di attualità, pesaro, londra, Guatemala, Alessandro Masini

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