Libri&Cultura: scoprirsi assassini e avventurieri e innamorati… o saggi

3' di lettura 15/04/2013 - C’è un metodo semplice semplice per conoscere il vostro Mr. Hyde e scoprirvi ciò che non pensavate di essere, magari un assassino. Mi disse un amico, tempo fa, che appena ebbe finito di leggere “Delitto e Castigo” di Dostoevskij gli prese una specie di furia; come accade a Raskol'nikov, il protagonista del romanzo.

Invaso da quella febbre perniciosa e tormentosa che divora chi ha ucciso un uomo. Gli ci volle un po’ di tempo prima di riaversi completamente, eppure lui, il mio amico, non aveva fatto fuori nessuno (a suo dire) a differenza di Raskol'nikov. Oppure prendete me, a vent’anni o giù di lì, quando riponevo nel “reparto libri letti” della mia scrivania un’opera di Kerouac o Jack London o Henry Miller o Thomas Wolfe (non Tom Wolfe)…: ero pronto a far fagotto e andarmene in America, imbottito di vita; un avventuriero allo sbaraglio. Con la giovane età, se ti capita poi di incrociare le poesie di Rimbaud o Baudelaire è impresa complicatissima non rimarne irretito, vagabondare ebbri al loro passo per le campagne francesi o la Parigi decadente fin de siècle. Tanto a vent’anni quanto a quaranta, dopo la lettura de “Il Piacere” di Gabriele D’annunzio, ci ritroveremo, invece, voluttuosamente innamorati, storditamente innamorati, tragicamente innamorati.

Quello che voglio dire, per farla breve, è che dopo certe letture accade di trasformarci in “altri”. Tale è il potere di alcuni libri. Chiamiamo al presentat’arm una parte di noi stessi fino a quel momento in licenza. Ma la felice trasformazione, la temporanea mutazione evocata dalla carta, non sempre accade o perlomeno non con tutti i romanzi che ci passeranno sottomano. Invece cosa certa e sicura, nel momento in cui ci leveremo da sedere dopo aver scorso la parola fine, è di sentirci nella bocca dello stomaco come un sapore particolare: il sapore dell’opera. In termini strettamente pratici, questo sapore, lo tradurrei come “insegnamento ricevuto dalle pagine”: ogni libro in un modo o nell’altro ci insegna qualcosa e ci insapora col suo insegnamento.

Dall’ultimo che ho letto, ad esempio, ne ho ricavato che non vale proprio la pena il sapere se una donna fila te o un tuo amico quando ad ostacolare la scoperta c’è una guerra di mezzo. Ancora ho in mente il povero protagonista rimasto a bocca asciutta – in conclusione, non è riuscito a sapere se l’amore della sua vita è lui che ama o l’amico (ovviamente sarà l’amico) - che corre a gambe elevate giù per il pendio con dietro i tedeschi a giocare a tiro a segno con la sua schiena; la dimora dell’amata si trovava nel bel mezzo degli scontri. Ne valeva veramente la pena? Non poteva proprio aspettare? Ma d’altronde, come rinunciare al binomio romantico guerra-amore?

E a voi? L’ultimo libro che avete letto con quale insegnamento vi ha insaporato?






Questo è un articolo pubblicato il 15-04-2013 alle 08:27 sul giornale del 16 aprile 2013 - 11296 letture

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