Libri & Cultura: Come un fiore in una pozzanghera

New York 1871 4' di lettura 11/03/2013 - “Maggie, la ragazza, venne su come un fiore in una pozzanghera…”. E come appare ai nostri occhi un fiore che spunta e germoglia in una pozzanghera? Brutale e poetico. E brutale e poetico, senza peli sulla lingua, è il romanzo di Stephen Crane “Maggie: una ragazza di strada”.

Tale era anche la realtà della “Bowery”. Ovvero la vasta zona di New York in cui la storia è ambientata, e che lambiva Brodway allungandosi fino ai docks (porto mercantile) dell’East Side, nella seconda metà dell’800. Una zona corrotta dalla più insana povertà, dalla prostituzione, dalla criminalità… Dove locali, sale di music-hall, cabaret, teatri popolari, erano il vero oppio di un popolo dimenticato da dio. E solo quando sopraggiungeva la morte, di quel dio, ne riuscivano forse ad odorare l’ombra guaritrice. Cercando il perdono dei loro peccati inanellati giorno dopo giorno. Allevati e forgiati dai miasmi malsani della Bowery.

L’autore Stephen Crane, scrittore e giornalista, si era spinto spesso in quella zona della città. Attratto dalla fatiscenza dei caseggiati e dalla sincerità e schiettezza di quella gente. Raccolse vari articoli muovendosi sul campo e materiale sufficiente per il futuro e primo romanzo che scandalizzò per l’ardire e la struttura moderna, rapida, realistica, impressionistica, non conforme con il melenso e il sentimentalismo dell’epoca. Considerato l’iniziatore della prosa moderna americana, eredità raccolta negli anni da Ernest Hemingway.

Stupisce la figura e il candore della bella Maggie, l’eroina. Stupisce perché nel corso del romanzo prenderà sempre più le sembianze di un fiore che si flette, preso in mezzo a raffiche di invettive impetuose e bestemmie e insolenze e zuffe animalesche. Stupisce perché si muove tra quella gente e quei caseggiati come si muoverebbe un bambino innocente tra i bombardamenti di una battaglia. O come farebbe un cane inconsapevole alla ricerca di un padrone, e che non conosce certi codici o leggi dell’uomo. E qui la legge è quella del più cinico, e di chi meglio mostra i suoi muscoli. Ad un certo punto, troveremo la ragazza girovagare per strada, ripudiata dal fratello e dalla madre alcolizzata, colpevole solo di aver inseguito l’ideale di un amore mai pervenuto nella bruttura di quelle vie; additata come femmina sconsiderata e di facili costumi dalla sua stessa famiglia e da un vicinato che partecipa egli stesso, come un melodramma aperto a tutti, agli screzi feroci che si susseguono frenetici tra le pareti prive di dignità della sua abitazione.

“…All’improvviso s’imbatté in un signore grasso, con un copricapo di seta e una veste nera, sulla quale una fila di bottoni correva da sotto il mento alle ginocchia. La ragazza aveva sentito parlare della “grazia di Dio”, e decise di avvicinare quell’uomo, il cui volto risplendente e paffuto era un ritratto di benevolenza e di generosità. Aveva occhi che emanavano solo buona volontà. Ma mentre la ragazza gli si avvicinava timidamente, lui ebbe uno scarto convulso, quasi volesse salvaguardare la propria rispettabilità con quella vigorosa virata. Non rischiò per salvare un’anima: del resto, come faceva a saperlo che davanti a lui c’era un’anima bisognosa di salvezza?”.

Molto suggestivo è il breve capitolo (il libro è composto da brevi capitoli) sul finire del romanzo. In cui Maggie, come un personaggio anonimo, viene tratteggiata con gli occhi della città e dei passanti che fuoriescono dai teatri o passeggiano soli verso le proprie case o chissà dove. Lei “scoccava occhiate agli uomini e distribuiva invitanti sorrisi a quelli dall’aria forestiera. Invece, non degnava di uno sguardo gli uomini evidentemente metropolitani”. Alcuni di loro le sorridono, altri la evitano con discrezione. Altri ancora la scherniscono: “Dai, bellezza, non vorrai farmi credere che mi hai preso per un turista di passaggio…”.

Un ubriaco grida la sua disperazione: “Non ho soldi!... Scalogna ladra: non ho soldi!”. E’ chiara ormai la dissoluta piega che hanno preso gli eventi. Ma non vorrei che il lettore s’inganni. Prima di giudicare, vorrei invece si ponesse una semplice domanda: cosa rimane da fare al cane abbandonato lungo la strada e a se stesso? Non gli resta che frugare tra la spazzatura per sopravvivere. E a Maggie suonerà insopportabile un tale destino. Continuerà allora a girovagare nella notte, quando… “Ai piedi dei grandi edifici comparve lo spettrale, oscuro riflesso del fiume. Un’invisibile officina spedì verso l’alto un riverbero giallo che per un istante illuminò le acque bisunte, le quali lambivano i pali. I molteplici suoni della vita, resi gioiosi dalla distanza, arrivavano deboli, per poi morire nel silenzio…”. Morire nel silenzio.






Questo è un articolo pubblicato il 11-03-2013 alle 08:22 sul giornale del 12 marzo 2013 - 10524 letture

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