La storia di un falegname pesarese in viaggio dalle colline alla città, la vignetta di Giacomo Cardoni

Falegname pesarese, la vignetta di Giacomo Cardoni 4' di lettura 30/05/2012 - Sono cresciuto nelle campagne del dopo guerra, dove fin da piccoli, chi andava a scuola, imparava un mestiere; a me, hanno insegnato a fare il falegname. Da queste parti si lavorava molto il legno e tuttora si continua a lavorarlo nonostante la crisi; pensa che io ho iniziato a quattordici anni, in una piccola bottega di San Rocco.

Lavoravo come garzone aiutando a costruire utensili agricoli, oggetti per la cucina, sedie, in pratica tutto quello che si può incontrare in casa purché sia fatto di legno, fino a quando dovetti andarmene perché già all’epoca, la crisi del legno si faceva sentire, costringendo le piccole botteghe a chiudere i battenti. Fortunatamente, cambiando di paese e spostandomi di collina in collina, trovai un'altra possibilità.

Arrivai a Casinina e mi assunsero per riparare gli infissi delle porte e delle finestre; lavori più legati all’edilizia. Nonostante lavorassi bene, ben presto e purtroppo, anche da li dovetti andarmene perché era giunto il giorno dell’ultima chiusura anche per loro. Fui costretto a proseguire la ricerca, girando per San Donato, Ca’ Gallo, Ca’ Spezio, ma non si trovava più un “soldo bucato” e di lavoro, non ne parliamo; se non eri contadino con terra di proprietà, dovevi andartene di casa. Rischiavo di rimanere senza lavoro e avevo appena conosciuto la donna con cui avrei passato il resto della mia vita; quel lavoro mi serviva sempre di più.

Andai allora fino in città, dove per conto di un amico, feci domanda alla compagnia telefonica ICOT. Ricevetti risposta immediata! Se volevo lavorare potevo iniziare già dal 15 giugno a patto che fossi residente in città. Ed è cosi che, io e mia moglie come molti altri, ci trasferimmo a Pesaro. Era il primo aprile del ‘69 quando feci il mio primo giro per cercare casa: la trovai in via Milano - a quel tempo avevo solo campi dietro casa e i bambini giocavano liberi tra l’erba alta. Per fortuna il lavoro che avevo trovato mi piaceva, stavo sempre all’aperto e spesso dovevo proprio andare, guarda il destino, in trasferta tra le colline di casa. - Eh pensare che la maggior parte delle lunghe linee telefoniche presenti nel tragitto per andare in Carpegna sono parte del mio lavoro.

E poi, quando la nostalgia delle colline si faceva sentire, prendevo baracca e burattini e assieme a tutta la famiglia che si stava allargando, si andava a fare una scampagnata verso quei paesini della mia infanzia. Dopo aver preso la macchina, divenne come un rituale: ogni domenica si andava a trovare la famiglia, una volta la mia e quella dopo quella di mia moglie - La stessa ragazza di cui vi ho parlato prima. Questa volta la Compagnia non c'entrava nulla ma mi ritrovai costretto a cambiare lavoro ancora un'altra volta: malauguratamente ebbi un incidente sul lavoro che mi impedì di proseguire; spostare a mano i grossi pali del telefono e arrampicarsi sulle alte scale ballonzolanti, non faceva più per me.

Di bene c’è che trovai subito un altro lavoro, e più alla mia portata; diciamo anche più vicino alle mie origini di falegname. A dire il vero passai a lavorare per chi simbolicamente incarnava la causa di tutto questo flusso di vita verso la città; furono loro che fecero chiudere la prima bottega dove lavoravo. Con l’industrializzazione delle macchine per la lavorazione del legno gli affari dei falegnami calarono a picco.

Come potete immaginare la mia storia finisce alla Biesse, dove aspettando la pensione e il ritorno tra le colline, lavorai per il resto del mio tempo. Li costruivo macchine per tagliare il legno e sotto di me, avevo sempre i ragazzini che mi mandavano le scuole a far esperienza – in un certo senso ho fatto pure io il professore di meccanica e falegnameria!

Ma ora vi svelo un segreto: non ho mai smesso di fare il falegname! L’odore della resina, dei sacchi pieni di trucioli, il colore del legno, delle vernici, il profumo della segatura, del taglio, le ore passate a progettare, costruire, inventare nello scantinino, non mi sono mai mancate – avevo sempre una seggiolina da costruire, una mensola da ornare o un nipote da accontentare con un piccolo giocattolo. Sentire che il legno era vivo quando lo lavoravo, mi dava una gioia immensa e mi ricordava i luoghi della mia infanzia, che nulla più potrò rivedere ma sempre ricordare.

Un grazie particolare a Terzo Renzini, Falegname Pesarese.








Questa è una vignetta pubblicata il 30-05-2012 alle 15:30 sul giornale del 31 maggio 2012 - 6014 letture

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