La Musicologia protagonista del Rossini Opera Festival

6' di lettura 24/06/2010 -

La XXXI edizione del Rossini Opera Festival è caratterizzata da una forte impronta musicologica: due sono infatti le nuove edizioni critiche della Fondazione Rossini appositamente realizzate per la messinscena moderna di due fra i titoli più problematici e meno noti della produzione rossiniana: Sigismondo e Demetrio e Polibio. La restituzione completa del catalogo rossiniano sui palcoscenici pesaresi appare dunque vicina: mancano infatti solo Adelaide di Borgogna, in cartellone nel 2011, Aureliano in Palmira, programmata per il 2013, e Ciro in Babilonia, prevista per l’anno seguente.



Oggi possiamo dire che la lunga battaglia per la riscoperta di Rossini, in particolare quello del genere drammatico, anche se non ancora conclusa, ha intanto fatto giustizia di molti equivoci e luoghi comuni della tradizione, il principale dei quali, come sappiamo, vedeva in Rossini un maestro esclusivo dell’opera buffa, però incapace per natura di ottenere gli stessi risultati nel genere serio. Con il grande ritorno sulle scene delle sue partiture dimenticate è riemersa così dal buio la vera immagine del musicista pesarese, stavolta solidamente fondata, dove buffo e tragico appaiono ciascuno speculare all’altro, trattati come sono da Rossini con l’identico linguaggio astratto, in cui regnano distacco ironico, lontananza, assenza di coinvolgimento emotivo: insomma, il costante rimando a una specie di realtà parallela. Tutto questo fino alla grande svolta romantica del Tell, e alla vicenda esistenziale che concluderà inopinatamente e anzitempo la carriera del Compositore.

Ma non tutte le tessere sono al loro posto. Da un lato la riscoperta del patrimonio rossiniano sconosciuto ha chiarito molti punti oscuri, ma dall’altro ha fatto affiorare una quantità di quesiti nuovi e di problemi inediti. Ed è assai probabile che il prossimo ritorno sulle scene del misterioso Sigismondo e dell’adolescenziale Demetrio ne aumentino il numero. Vediamone intanto alcuni, che ci mostrano come la parabola compositiva di Rossini non sia lineare, ma contenga anche affascinanti discontinuità e momenti contraddittori di difficile decifrazione.

Il problema del Silenzio Sulle ragioni della crisi creativa di Rossini, iniziata dopo il 1829, con il successivo ritiro dall’attività teatrale, si sono scritti fiumi di parole. Sappiamo bene che a innescare il processo fu una malattia nervosa, cui si aggiunsero alcune vicende contingenti, ma oggi appare ben chiaro, alla luce di tutto quanto è emerso in questi anni, che quella di Rossini fu essenzialmente una tragedia del linguaggio, fondata su una irrimediabile collisione fra il suo estro creativo e la cultura dominante. Paradossalmente, Rossini passò per essere un reazionario, e in qualche misura lo fu: ma la realtà è che il suo genio di sperimentatore e la sua capacità di antivedere gli sviluppi futuri del discorso musicale lo ponevano troppo più avanti della possibilità di capire dei contemporanei. Per questo la sua chiusura in un corrucciato silenzio – sebbene con occhi aperti e sensi integri – nasconde fondamentalmente un gesto etico, perseguito con coerenza per un quarantennio e destinato a sciogliersi solo sul limitare della vita nel bagliore profetico della Petite Messe Solennelle.

Il caso Ermione Il recupero moderno di questa partitura ha affascinato, ma anche sorpreso e sconcertato la critica, il pubblico, gli artisti e gli stessi operatori teatrali, per la difficoltà di collocarla nel catalogo rossiniano, caratterizzata com’è da così stupefacenti anticipazioni drammaturgiche e formali, e soprattutto da una dimensione tragica incandescente, del tutto estranea al resto della produzione rossiniana. Vi compare un Rossini inquieto e visionario, mai conosciuto prima, mai più rivisto dopo. Quest’opera pone oggi una serie di problemi di difficile soluzione. Il primo riguarda il fatto che essa contraddice clamorosamente lo stereotipo del Rossini tragico che osserva con laico disincanto le vicende degli umani: al contrario, in questo caso – sebbene solo in questo – ci troviamo davanti a un fiammeggiante dramma di lacrime e sangue, che Rossini mostra di governare perfettamente fino all’ultima pagina. C’è poi la incomprensibile ubicazione cronologica di Ermione nell’arco creativo rossiniano, dove anticipa di ben dieci anni l’evoluzione romantica del Tell, ma non la annuncia: anzi, la sorvola e guarda direttamente al XX secolo. Rossini era perfettamente consapevole di essersi spinto troppo avanti, e lo disse. Forse era necessario il recupero quasi completo della produzione rossiniana seria perché anche il pubblico moderno potesse capire in pieno la singolarità di quest’opera. Chi lo capì all’istante fu il compianto Gianandrea Gavazzeni, grande cultore dei musicisti del Novecento, che nel cuore della notte, dopo aver ascoltato la nostra “prima” alla radio, ci telefonò ingiungendoci di spedirgli d’urgenza la partitura (lo facemmo la mattina dopo) che lo aveva letteralmente folgorato!

Il caso Semiramide Anche questa grande partitura pone un problema di discontinuità cronologica. Quattro anni dopo la stupefacente sortita in avanti di Ermione, Rossini compone Semiramide, spettacolare monumento del passato, summa teologica del belcantismo, trionfo dell’astrazione, dell’edonismo, dell’artificio virtuosistico. Rossini governa con sovrano distacco anche questa tragedia, dell’alto di una autentica cattedrale di bellezze formali, anche se, dopo alcune ore di musica suprema, egli lascia morire sbrigativamente la sua eroina in un breve recitativo, addirittura fuori scena, disinteressandosi della sua sorte. Ricompare qui, compatto, il muro della imperturbabilità rossiniana che conosciamo così bene. Eppure, solo quattro anni prima, in quel muro si era aperto un varco, dietro il quale ardevano fiamme... È per questo che oggi non possiamo sottrarci a un dubbio: quanto fuoco ha continuato ad ardere dietro quel muro?

L’enigma della Petite Messe Solennelle Proprio alla fine della vita, dopo tanti anni trascorsi in silenzioso contrasto col suo tempo, Rossini mette mano, inaspettatamente, a un’opera di sconvolgente modernità, fondata su un codice espressivo scabro ed essenziale, autentico proclama della musica del futuro. L’ossimoro del titolo (piccola e solenne) si riproduce anche nel contenuto: l’opera è infatti nostalgica e profetica insieme. Abitano la Petite Messe una metafisica nostalgia senza oggetto (nel senso che l’oggetto è inesistente in natura), e contemporaneamente una irresistibile tensione verso il futuro. Oggi a noi – posteri – appare chiaro come tutto il sound del Novecento sia anticipato in questo enigmatico capolavoro. Forse si tratta di un vero e proprio messaggio nella bottiglia che Rossini, di fronte al mistero della morte, invia a noi, cittadini del terzo millennio.

Insomma, nell’universo immaginativo di Rossini “la freccia del tempo” sembra poter puntare in ogni direzione. Chi era allora quest’uomo, e fin dove poteva arrivare il suo sguardo profetico? Nessuno può rispondere a questa domanda.

Gianfranco Mariotti Sovrintendente






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 24-06-2010 alle 17:00 sul giornale del 25 giugno 2010 - 901 letture

In questo articolo si parla di spettacoli, Rossini Opera Festival

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