Geologi: monitoraggio continuo su Colle Ardizio

4' di lettura 19/02/2010 - Il presidente Enrico Gennari ricorda che l’area è considerata a rischio molto elevato dal Piano di assetto idrogeologico, va sempre controllata ma anche preservata e valorizzata.

“E’ amaro constatare che ciò che più accomuna, parifica, unisce, noi italiani e marchigiani sia, forse più che le partite della Nazionale, il grave stato del dissesto idrogeologico del nostro territorio. Nei giorni della frana di Maierato, in Calabria, dove le riprese video hanno mostrato in tutta la sua drammaticità un’intera montagna che si muove verso valle, anche nella nostra provincia le frane occorse sul Monte Ardizio a Pesaro ci hanno ricordato, seppur in modo diverso, che i nostri versanti, i fianchi delle nostre montagne sono in continuo mutamento”. Lo afferma Enrico Gennari, presidente dell’Ordine dei Geologi delle Marche, che interviene sulla frana che si è staccata dall’Ardizio, a Pesaro.



“Verrebbe da dire, accumunare sì, ma con le debite differenze – sottolinea Gennari -, da un lato è evidente che chiudere il traffico sulla statale 16 Adriatica, cosa successa appunto nella mattina del 17 febbraio, a seguito dei distacchi di roccia dalla parete della falesia che sono arrivati a interessare la carreggiata, non può essere equiparato all’evacuazione di un intero paese, con oltre 2mila abitanti che hanno dovuto lasciare le loro case perché minacciati da centinaia di migliaia di metri cubi di terra messi in moto dalle piogge, ma a guardar bene non si può neppure dire banalmente il contrario. Chi è passato sulla statale, o chi ha visto le foto delle barriere paramassi piegate sotto l’urto dei blocchi franati, si è fatto l’idea che è solo grazie ai presidi per la riduzione del rischio se non ci sono state conseguenze, anche gravi, per l’incolumità di chi, in quel momento, transitava come tutti i giorni su quella strada”.



Secondo Gennari, questo “è un segnale, l’ennesimo, dell’evoluzione naturale della falesia, di un fenomeno che tende costantemente e inesorabilmente, verso un “profilo di equilibrio” o di stabilità delle scarpate e che accetta il controllo dell’uomo solo temporaneamente, con interventi che possono essere volti solo a limitare i danni, ma certamente non per invertire il processo di disfacimento dei banconi rocciosi. Il Piano di assetto idrogeologico sottolinea anch’esso la gravità della situazione perimetrando in classe R4, con rischio molto elevato, tutto il versante dalla Scuola alberghiera fino a Fosso Sejore, ma di fatto il problema del dissesto che coinvolge sia la strada statale 16 a valle, ma anche alcuni edifici sparsi sul crinale, generando comprensibili forti preoccupazioni da parte di chi li abita, rimane una priorità. Non si può negare che nel tempo non si siano spese energie e risorse su questa parte di territorio, dagli studi geologici e geomorfologici condotti sull’intera falesia, all’apposizione del vincolo Pai che non consente di edificare ulteriormente, alla progettazione e realizzazione degli interventi di messa in sicurezza; nel tempo si è ridotto il rischio di accadimento d’incidenti rilevanti, si sono consolidate porzioni dei costoni rocciosi, purtroppo si sono anche persi alcuni spazi edificati, sia a monte che a valle”.



Che altro fare allora? “Certamente è importante pensare a queste parti del nostro territorio con un’ottica diversa – aggiunge Gennari -, che preveda, sia nelle fasi di pianificazione urbanistica che nelle proposte di progettazione paesaggistica, il coinvolgimento fattivo di figure professionali che conoscono l’ambito naturale in oggetto e le dinamiche che vi si sviluppano, la resistenza delle rocce, i processi geomorfologici in atto, la funzione delle caratteristiche botanico-vegetazionali del bosco che vi è impiantato. Non dobbiamo dimenticare che gli studi di pianificazione urbanistica sono ormai datati rispetto ai mutamenti climatici in atto, risalgono ad oltre 15-20 anni fa quando le piogge di 100-200 mm al giorno costituivano un evento eccezionale mentre oggi si manifestano come fenomeni che, seppur limitati geograficamente, sono molto frequenti.



E’ indispensabile, dunque, tarare e modulare nuovamente la pianificazione territoriale, con un occhio più attento ai cambiamenti ambientali, e non dimenticare che qualsiasi progetto in tali aree sensibili ha bisogno di una costante e prolungata fase di monitoraggio. La costa alta a falesia dell’Ardizio e del San Bartolo, così come le isole vulcaniche delle Eolie o il centro storico di Bagnoregio (Viterbo), detto “il paese che muore” perché poggiato su un bancone di roccia che frana, sono certamente ambienti naturali soggetti a dinamiche evolutive intense, pericolose e a rischio, ma d’altro canto rappresentano una straordinaria risorsa e una ricchezza naturale e culturale irrinunciabile, da preservare e valorizzare con ogni mezzo”.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 19-02-2010 alle 16:51 sul giornale del 20 febbraio 2010 - 1361 letture

In questo articolo si parla di attualità, pesaro, frana, Ordine dei Geologi delle Marche, dissesto idrogeologico





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