Città dal cuore di metallo

4' di lettura 19/12/2008 - E\' una triste giornata di pioggia. No, non è la pioggia che la rende triste. Siamo noi, noi italiani, noi esseri umani, cui nessuna pioggia può lavare via l\'immondizia del razzismo, dell\'intolleranza, dell\'odio.

Un\'ora fa ero seduto al tavolino di un bar, qui a Pesaro, insieme a un mio caro amico. Entravano persone di tutte le età, alcune si soffermavano solo per un attimo, il tempo di chiudere l\'ombrello, controllare se i pacchi natalizi si fossero bagnati, rassettarsi e uscire di nuovo, sotto l\'acqua scrosciante. A un certo punto è entrato un uomo di colore, sui 35 anni, che vendeva ombrelli. Voleva solo attraversare il bar, passare da una porta e uscire dall\'altra, percorrendo pochi passi all\'asciutto.


Il barista, dietro il banco, si è alzato in punta di piedi, ha assunto un tono minaccioso e gli ha gridato: \"Te lo dico per l\'ultima volta, tu qui non devi proprio entrare\". I clienti annuivano, fissando l\'uomo con ostilità. Una donna ha bisbigliato la \"solita\" frase: \"Non se ne può più. Ma perché non se ne tornano a casa loro\". A capo chino, l\'uomo stava per uscire, quando l\'ho chiamato: \"Ehi, perché non ti siedi con noi e non bevi un caffè?\". Lui ha sorriso, ha esitato qualche istante, poi si è rassicurato, accorgendosi che eravamo realmente amichevoli, e si è seduto. Preferiva un cappuccino, che ho subito ordinato: \"Un cappuccino per il signore\".


Gli altri clienti erano sbalorditi. Guardavano i baristi con espressioni interrogative, cariche di sdegno. Sembrava di essere a Montgomery, in Alabama, negli anni 1950. L\'uomo sorseggiava il cappuccino e sorrideva. Ci ha raccontato di essere venuto in Italia perché in Nigeria faceva la fame. \"Ma oggi non si vende niente,\" si lamentava, indicando il mazzo di ombrelli di tutti i colori. Abbiamo conversato anche di calcio, dell\'Inter, la squadra italiana che lui ammira di più e della Nigeria, una delle formazioni più forti d\'Africa.


Quando è uscito, con i suoi ombrelli pieghevoli, la gente ha finalmente smesso di fissare il nostro tavolino con sguardi di fuoco. Recentemente ho definito Pesaro come \"la città dal cuore di metallo,\" in riferimento alla famosa \"palla\" di Arnaldo Pomodoro, monumento bronzeo che è fra i simboli della città, ma soprattutto all\'intolleranza che si è impadronita delle Istituzioni, delle autorità e di gran parte della cittadinanza. Qualche giorno fa un agente di polizia mi ha chiesto come mai la mia posizione verso la città in cui vivo attualmente, posizione che a volte esprimo sulla stampa locale, sia così critica. \"Ammiro molto l\'impegno del suo gruppo contro il razzismo, ma è davvero convinto che qui a Pesaro siamo tutti uguali?\". Gli ho risposto che no, non sono convinto che Pesaro sia una città razzista. Qui ci sono anche persone che lottano per una città multietnica, solidale e accogliente.


Proprio a Pesaro ho avuto l\'onore di conoscere una donna straordinaria, che si impegna quotidianamente per soccorrere i malati che non ricevono cure, i poveri che non ricevono assistenza, i Rom che vengono braccati, aggrediti, minacciati affinché abbandonino la città. Contemporaneamente, però, mi sono accorto di come i politici, le autorità, la stampa di Pesaro, Fano e di altri paesi del circondario conducano una campagna intollerante non solo verso i Rom, ma verso la gente di colore e i poveri. Ho seguito da vicino la vicenda di alcuni senzatetto, cittadini fanesi, che si sono rivolti ai servizi sociali della loro città.


\"Che cosa vi aspettate da noi?\" ha chiesto loro un\'assistente sociale. \"Solo un posto dove dormire la notte e l\'opportunità di svolgere qualsiasi lavoro, anche umile, anche pagato poco\". \"Avete sbagliato indirizzo,\" ha risposto loro la donna, \"perché non siamo un albergo né un ufficio di collocamento\". A Pesaro è lo stesso. I servizi sociali non si occupano dei cittadini disagiati, ma sono al servizio dei politici e dei cittadini più influenti, quelli che di certo non hanno buchi nelle scarpe.


Promosso dai media e nei comizi, l\'odio razziale serpeggia ovunque e i diversi sono indotti ad andarsene. A parole si scoraggia il vagabondaggio delle persone indigenti, ma nei fatti anche le case di accoglienza limitano al massimo il periodo di permanenza dei senzatetto: tre giorni, una settimana, dieci giorni, un mese solo per i più fortunati. Accedere ai buoni pasto è un\'impresa, non un diritto: quattro al mese, due alla settimana. Stesso discorso per i vestiti dismessi. La gente li dona alle associazioni caritatevoli, ma per ricevere un maglione liso o un paio di pantaloni rattoppati, bisogna passare attraverso la gogna. L\'elemosina, poi, è combattuta come se fosse un crimine.


In questi giorni natalizi, Pesaro festeggia i simboli della nascita di Gesù, senza rendersi conto che il Redentore venne alla luce in una casa occupata e che sua madre viveva di elemosina, come una \"zingara\". Se capitasse da queste parti, i cittadini, secondo quanto consigliato dalla Questura, avvertirebbero immediatamente le forze dell\'ordine, segnalando la presenza sgradita di \"nomadi\". Immediatamente scatterebbe la denuncia per \"occupazione di stabile rurale\" e una solerte assistente sociale provvederebbe, autorizzata da uno di quei giudici che \"firmano\" il destino di esseri umani che non si degnano neppure di conoscere, a sottrarre il Bambino a Giuseppe e Maria, per affidarlo a una casa famiglia.


Buon Natale, Pesaro del cuore di metallo e buon Natale, Fano \"lucente come una stella cometa\".






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 19-12-2008 alle 01:01 sul giornale del 19 dicembre 2008 - 1014 letture

In questo articolo si parla di attualità, Roberto Malini





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