Pesaro Film Fest. Lee Anne Schmitt: per una cartografia del West moderno

6' di lettura 19/06/2019 - La giornata odierna del Pesaro Film Fest ha visto la presentazione di un nuovo film del Concorso Pesaro Nuovo Cinema, ovvero Demons di Daniel Hui, uno dei tre film (e mezzo) provenienti da Oriente che testimoniano la grande vitalità delle cinematografie asiatiche, dalle quali stanno emergendo alcune delle più interessanti tendenze degli ultimi anni.

Tra i rappresentanti di questo “nuovo” cinema rientra sicuramente Daniel Hui, giovane regista di Singapore che a soli 33 anni – e al terzo lungometraggio - è già diventato uno dei cineasti del futuro da seguire con più attenzione. Come Bring Me the Head of Carmen M. presentato negli scorsi giorni, anche Demons gioca con il labile confine tra realtà e finzione mettendo al centro del suo racconto un’aspirante attrice. Vicky (Vicky Yang), al primo ruolo da protagonista, instaura un morboso rapporto di sudditanza con il proprio regista. L’abuso emotivo che diventa – provocatoriamente, spaventosamente – elemento di crescita artistica. Tra sperimentalismo e cinema di genere, con suggestioni lynchane e omaggi a Kubrick, è un film dall’estetica personalissima e iper-stilizzata (anche grazie alla fotografia di Looi Wan Ping) che restituisce l’immagine di una Singapore mai così inquietante.

Tra gli incontri tenutisi in Pescheria quest’oggi, invece, di particolare rilevanza è stato quello con Lee Anne Schmitt, protagonista di una personale a Pesaro e per la prima volta in Italia direttamente da Chicago, sua terra di origine. Ad affiancare la regista il curatore della rassegna Rinaldo Censi, che ha presentato il lavoro della Schmitt, autrice di film-saggio legati a una precisa idea di paesaggio nel “West” statunitense e al concetto di frontiera. La regista ha evidenziato l’importanza del “focus sui paesaggi, che per la prima volta ho iniziato ad analizzare osservando la zona industriale abbandonata di Chicago, anche grazie ad uno studio sulle arti performative, poi abbandonate in favore di un approfondimento sul campo cinematografico”. Dalle sue opere emerge in particolare l’interesse per l’utilizzo della cinepresa analogica a 16mm “preferita a supporti digitali per un piacere legato alla tangibilità del materiale prodotto, inclinazione derivante anche da una mia precedente esperienza lavorativa in ambito fotografico”. La scelta di girare in pellicola si rivela così un atto artistico dal forte impatto teorico, poiché “il formato quadrato permette un lavoro di osservazione accurato sul tipo di rapporto esistente tra lo sviluppo paesaggistico e le persone che ne sono influenzate, prestandosi ottimamente anche a raccontare tematiche storiche e sociali degli Stati Uniti.” Tematiche che sono emerse chiaramente anche nelle tre opere presentate oggi: The Wash (2005), California Company Town (2008) e Company Town Remix (2012).

Di altrettanto interesse è stato l’incontro dedicato a Femminismi a corollario delle lezioni di cinema sull’avanguardia femminista degli anni ’70 curate da Federico Rossin che ha instaurato una interessante conversazione con la giornalista e saggista Maria Nadotti, moderata dal direttore Pedro Armocida. A esordire è stato proprio Rossin che ha affermato: “risulta interessante il porsi quasi ai margini, utilizzando le parole di Kramer, proponendo film del passato che mai hanno visto la luce, sfruttando l’archivio storico”, dichiarando la propria volontà di “riesumare un cinema sommerso fatto di corpi vivi e film potentissimi sul lato estetico e politico, che rappresentano il cuore dell’impegno femminista, grimaldello di pensiero utile alla presa di coscienza su una realtà opaca”. La rassegna curata da Rossin prevede la proiezione di 11 opere divise in quattro programmi tematici; in quello presentato oggi, intitolato “Per una critica delle immagini”, erano presenti Joan Jonas con Vertical Roll, Martha Rosler con Semiotics of the Kitchen, Hermine Freed con Art Herstory e il Jay Street Collective con Sigmund Freud’s Dora. Nei confronti di queste opere Rossin afferma di essersi posto come traghettatore, con l’intenzione di riattivare un corpo visivo “mai saturo o suturato, ma in continuo divenire”.

A inserirsi nel discorso è stata poi Maria Nadotti, anche autrice di due mediometraggi, la quale ha sottolineato come “il concetto di eredità di questi lavori sia legato a un percorso che ha preso il via nel passato, ma che si manifesta vivo ancora oggi”, rimarcando in questo modo il fatto che le proiezioni non sono un mero atto commemorativo. La Nadotti ha spiegato che “il lavoro dei movimenti femministi ha portato alla luce il fatto che le immagini non rappresentano la realtà, ma manifestano uno statuto fluido e dinamico rivelandosi come una sorta di involucro del reale”. In questa direzione la giornalista ha invitato ad avere ben presente una realtà tutta da indagare, che può essere messa a fuoco solamente muovendosi sui margini della stessa. Ha poi concluso con un’annotazione positiva, in quanto sembra che “le donne abbiano iniziato a riacquistare, almeno in apparenza, importanza all’interno dei discorsi, anche grazie alla forte incidenza del movimento MeToo, senza dimenticare le radici dei movimenti femministi dei decenni precedenti”.

La giornata di oggi ha segnato anche il ritorno dopo due anni della sezione dedicata al Super8 con una personale a Claudio Caldini, storico cineasta sperimentale argentino per la prima volta in Italia, tra i maggiori esponenti del formato Super8 con il quale ha filmato tutti i suoi lavori dai primi anni settanta a oggi. Queste proiezioni ‘intime’ curate dall’autore stesso (in Sala Pasolini) dimostrano come Caldini abbia trasformato i limiti del formato in nuove possibilità espressive, trasfigurando costantemente idee ed emozioni in percezioni perché, come ha affermato lui stesso: “il Super8 è una macchina del tempo innestata sul pilota automatico”. Ne sono una testimonianza vivida ed emozionante le prime cinque opere proiettate oggi: da Aspiraciones (1976) a S/T (2007), passando per El devenir de las piedras (1988), pluripremiato nei festival di cinema sperimentale. Le proiezioni continueranno domani e si concluderanno il 21 in Pescheria.

E a proposito di Pescheria, un altro incontro ha caratterizzato la mattinata odierna, con la presentazione di un nuovo Master all’Università di Urbino denominato “Master per professionisti del linguaggio cinematografico”. Un percorso di studi presentato dal direttore Roberto Danese e dal co-direttore Alessandra Calanchi e “nato dall’esigenza di far conoscere la cultura cinematografica, poiché pensiamo che ci sia una mancanza di formazione culturale sul cinema”. Un master che si propone di riparare quella “spaccatura che pone da una parte il mondo accademico nel quale il cinema è solo ‘parlato’ e dall’altra gli esecutori tecnici che vi si specializzano”. La prima edizione del corso è nata quindi proprio per creare uno stimolo a lavorare con gli strumenti fisici del cinema e, allo stesso tempo, acquisirne consapevolezza anche a livello teorico e culturale.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 19-06-2019 alle 00:47 sul giornale del 20 giugno 2019 - 1666 letture

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