Libri&Cultura: Farsi un fuoco

Jack London 4' di lettura 04/03/2013 - Qualcuno avrà sicuramente letto giorni fa la notizia di una televisione norvegese che ha trasmesso 12 ore di diretta ininterrotta di un caminetto acceso. Con consigli, tra l’altro, sul fuoco perfetto e la corretta conservazione della fiamma. Perché in Norvegia questo è un tema serio, colpa del freddo e della neve.

E magari qualcuno, leggendo ora il titolo dell’articolo avrà fatto un collegamento veloce a quella notizia. Bene, dimenticate tutto allora. Toglietevi dalla mente la televisione, la Norvegia e la diretta. Ma tenete in memoria che il freddo e la neve in certi posti sono temi seri. Poi, aggiungete lo Yukon, territorio canadese che prende il nome dal suo fiume, confinante con l’Alaska e famoso teatro della ricerca all’oro. Infine, aggiungete il nome Jack London. Lo scrittore di San Francisco tradotto in tutte le lingue del mondo. Dovremmo esserci. “Farsi un fuoco” è uno dei suoi tanti racconti racchiusi nella raccolta “I racconti dello Yukon”, ma che potete trovare inserito in altre infinite edizioni che piovono quasi ogni anno nelle nostre librerie.

Titolo originale “To build a fire”, appare per la prima volta su The Century Magazine nell’agosto del 1908. Un uomo, il suo cane e il grande freddo: “…Il gelo dello spazio mordeva l’estremità indifesa del pianeta, ed egli, che si trovava nell’estremità indifesa, ne riceveva in pieno l’assalto. Il sangue del suo corpo si ritraeva di fronte ad esso. Il sangue era vivo, come il cane, e come il cane anelava a sfuggire e inquattarsi di fronte allo spaventoso gelo. Finché aveva camminato al suo ritmo, volente o nolente il sangue era stato spinto alla superficie; ma ora rifluiva indietro, sprofondando negli intimi recessi del suo corpo. Le estremità erano le prime a sentirne l’assenza…”. Una prosa asciutta e senza fronzoli. London non ha che da sfruttare il materiale delle sue esperienze di vita, scrittore avventuriero per eccellenza. E metterlo in prosa come farebbe un giornalista, cercando di allungare al lettore, la coscienza di ciò che sta veramente accadendo. Non a caso ha fatto storia il suo reportage sul terremoto di San Francisco.

In questo racconto siamo di fronte ad un uomo messo in ginocchio colpo dopo colpo dalla Natura. E come in un memorabile incontro di boxe è impossibile non farsi prendere e distrarre l’occhio dalla pagina. Così fino all’ultimo round, quando l’uomo, quasi al tappeto, tenta di accendere un fuoco per mettersi in salvo e non cedere alla stretta mortale del freddo e del gelo. Tutto sarà nelle sua mani, l’intera sua esistenza. Quelle mani intorpidite che è costretto a seguire con gli occhi per compiere il più piccolo e insignificante gesto; prive di ogni sensibilità, un’entità scollegata dal suo corpo. Risulterà un’impresa titanica afferrare un fiammifero ed accenderlo strofinandolo. Lo stesso varrà per i suoi piedi: “…così congelati che non li sentiva quando poggiavano per terra; gli sembrava di scivolare sulla superficie, di non avere contatto con il terreno. Aveva visto una volta in qualche posto un Mercurio alato, e si chiese se Mercurio provasse quello che provava lui scivolando sulla terra”.

Il nome di Jack London, in Italia, viene soprattutto ricordato per i suoi due romanzi "Il richiamo della foresta" e "Zanna Bianca". "Farsi un fuoco" è un piccolo e grande esempio di quanto altro ci sarebbe da leggere di questo autore, ma che rimane invece sconosciuto ai più. Un altro esempio fra tutti è "Martin Eden", considerato dalla critica come uno tra i più grandi romanzi americani. Senza dimenticare "Il popolo degli abissi", "La strada", "John Barleycorn", "Il Vagabondo delle stelle", "La valle della Luna"... Opere dove la qualità letteraria è tenuta ad altissimo livello.

Pertanto non servirebbe che io continuassi a cantare le lodi di questo racconto e della raccolta in cui è inserito. Ma ad un certo punto mi son chiesto una cosa. Mi sono domandato che cosa riesce a fare Jack London al suo lettore mentre scorre una pagina via l’altra. E la prima risposta è stata che ovunque lui sia, ovunque il lettore si trovi, riuscirà prima ad afferrarlo; poi abbattere il muro della quotidianità che lo separa dal resto delle cose; dopodiché, aperta la voragine e scansando coi piedi i cocci di mattoni e cemento, lo porterà con sé nelle piste innevate dello Yukon, dove regna il Grande Silenzio Bianco.








Questo è un articolo pubblicato il 04-03-2013 alle 10:52 sul giornale del 05 marzo 2013 - 7532 letture

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